«Troppi avvocati? Sì al numero chiuso»

07/09/2010

De Tilla: da Davigo una provocazione, ma il nodo è la scarsità di magistrati
MILANO — Come previsto. Finita l’estate sale il termometro della tensione all’interno dell’avvocatura italiana. Troppe le questioni ancora in sospeso: la riforma del settore, la media conciliazione obbligatoria, la riforma del processo civile e l’ultima bufera sul processo breve.
Su un punto però sono tutti d’accordo: una riforma della giustizia non è più rinviabile. Gli analisti economici hanno più volte evidenziato come uno dei maggiori ostacoli agli investimenti stranieri nel nostro Paese sia, oltre alla sua elefantiaca burocrazia, l’inefficienza dell’apparato giudiziario, che non dà nessuna certezza sui tempi di risoluzione delle controversie e, persino, di recupero dei crediti. Inoltre il 12% delle imprese italiane ritiene l’inefficienza della giustizia il maggior ostacolo alla crescita dimensionale. A questo si aggiunga che, secondo un recente studio di Confartigianato, la lungaggine e l’inefficienza del sistema giustizia in Italia provoca alle imprese un costo di 2 miliardi e 300 mila euro dovuto al solo ritardo nella riscossione dei crediti.
«Ascoltando simili cifre e la portata del fenomeno — spiega Guido Alpa, presidente del Consiglio nazionale forense — sembra quasi incredibile che nessuno abbia ancora affrontato con serietà e imparzialità il tema della riforma della giustizia. Ogni volta che si affrontano questi temi, tutto viene strumentalizzato per fini politici. E invece si tratta di riformare un sistema prima che tracolli». Su questo però le opinioni concordano da destra e da sinistra è la strada da percorrere che differisce di molto. «Però tutti coloro che si avvicinano al tema parlano subito di riforma delle procedure dei processi — obietta Alpa — e questo è sbagliato. Attualmente in Italia ci sono più di mille posti scoperti che dovrebbero essere destinati a magistrati togati. Si pensi a nominare i giudici altrimenti non ha senso pensare a snellire le procedure. E poi si trovino le risorse per estendere a tutte le regioni il processo telematico che da solo è in grado di velocizzare davvero i processi. Sia chiaro, noi non vogliamo solo protestare abbiamo proposte da avanzare al governo per un’efficace riforma della giustizia ricordando però che questa passa anche, imprescindibilmente, dalla riforma dell’ordine forense attualmente bloccata in Parlamento».
E intanto i mesi passano, si avvicina il congresso dell’avvocatura italiana (previsto a Genova dal 25 al 27 novembre) e gli avvocati aspettano ancora l’approvazione della loro riforma. «L’attuale scenario politico ci preoccupa molto — conferma Maurizio de Tilla, presidente dell’ Organismo unitario dell’avvocatura — e proprio per questo abbiamo rivolto un appello al ministro della Giustizia Alfano perché consulti immediatamente l’Avvocatura per studiare, tutti assieme, strumenti più idonei per l’efficienza della giustizia. Non a caso abbiamo già avanzato un decalogo di proposte che potrebbero risolvere molti problemi della macchina giudiziaria italiana. Si tratta di una buona base di partenza per una riflessione seria e senza preconcetti sulla riorganizzazione manageriale dei tribunali (metodo Barbuto), su forme incisive di conciliazione extragiudiziaria, sul processo telematico, sulla riforma della magistratura onoraria, sul potenziamento dell’ufficio del giudice».
Intanto però a Cernobbio nasce un’inedita alleanza tra Piercamillo Davigo e Angelino Alfano: per entrambi in Italia ci sono troppi avvocati che alimentano troppe cause, spesso inutili. «Si tratta di un’equazione fuorviante e banale — sbotta de Tilla —. Il disagio accomuna avvocati e giudici, dirigenti e lavoratori del settore: tutti in prima linea, ogni giorno, con un contenzioso che cresce e con una mortificazione costante dei diritti dei cittadini, delle imprese e del proprio lavoro».
Insomma l’episodio rischia di dar vita a un nuovo «incidente diplomatico» tra magistrati e avvocati, però il problema del sovrannumero pare innegabile. «Che gli avvocati siano tanti noi siamo i primi a dirlo — ammette de Tilla — tanto è vero che siamo impegnati affinché si approvi rapidamente la legge di riforma forense e si definisca un provvedimento di selezione e di accesso programmato nella facoltà di legge per la professione di avvocato. Proposta già avanzata dall’Oua proprio a Cernobbio, anche al ministro Gelmini». Numero chiuso, altro tema che rischia di sollevare nuove fiamme in un dibattito già arroventato.