«Troppa precarietà», e la Chiesa criticò Biagi

22/07/2002

domenica 21 luglio 2002

Pubblicato da «La Stampa» il verbale dell’incontro
di gennaio tra il giurista e la consulta Cei per il lavoro

Ma nessuna criminalizzazione di quanti sollevavano
obiezioni. «Anche la Cgil me ne ha dette di tutti i colori»
«Troppa precarietà», e la Chiesa criticò Biagi
Bruno Ugolini

ROMA Un doloroso ricordo di MarcoBiagi, sottoposto a dure critiche,
non da parte di un manipolo dimassimalisti cofferatiani, ma di un
gruppo di prelati. È successo il 25 gennaio di quest’anno. Il giurista,
53 giorni più tardi, la sera del 19 marzo, era assassinato a Bologna
dai terroristi. Il testo del confronto con i delegati della Consulta per il
Lavoro della Cei, è stato pubblicato ieri da «La Stampa» e rappresenta
un documento di grande interesse.
Il «credente» Marco Biagi, professore ordinario di diritto del lavoro
all’università di Modena, da anni collaboratore del ministero del
Lavoro, con diversi ministri, raccoglie, con sorpresa, un’abbondante
messe d’obiezioni al suo «libro bianco» sul mercato del lavoro,
sponsorizzato dal governo Berlusconi.
Non criminalizza per questo i suoi interlocutori. Non solo: ricorda
anche i suoi rapporti con la Cgil, dove gliene hanno dette «di
tutti i colori». Ricorda che un gruppo di giuristi ha pubblicato un libro
intitolato «Lavoro, ritorno al passato», dove è raffigurato come
un lupo con la maschera d’agnello.
Questo dice «fa parte di un sano dibattito che, finché rimane dal
punto di vista di qualche immagine, fa solo piacere ed è il sale della
vita…». Appare, oggi, come una risposta a quanti, nelle ultime settimane,
hanno sollevato un’indegna canea attorno a coloro che avevano
osato criticare le sue tesi.
Un invito, dunque, al confronto schietto. I sacerdoti lo prendono
in parola e non uno, nel verbale pubblicato da «La Stampa», sembra
condividere le proposte del «Libro bianco». C’è il responsabile della
Pastorale Sociale e del Lavoro di Milano che si chiede che fine farà il
sindacato «visto che ad un certo punto si parla di contratti individuali»,
e denuncia i tentativi «di spaccare la Cgil dalla Cisl e dalla Uil».
Il delegato del Triveneto sostiene che «i contratti individuali
tendono a sgretolare quella che Giovanni Paolo II chiama il luogo di
lavoro, come una comunità di persone».
Il torinese teme lo scatenamento di «un’insicurezza nel mondo
del lavoro italiano». Il responsabile di Genova richiama l’attenzione
sulla «cultura della provvisorietà, quasi al limite della disperazione».
Quello umbro ricorda che «Il ricorso oggi al mercato del lavoro nero,
evidentemente è solamente una scelta deliberata d’illegalità…».
L’assistente della Gioventù Operaia Cristiana chiama in causa,
per difendere il sindacato dall’accusa di conservatorismo, una
frase di Bruno Manghi: «Il sindacato è di per sé conservatore, perché
deve tutelare e quindi deve tener fermi alcuni valori…». Un altro
prelato, già responsabile della Pastorale sociale e del Lavoro di Milano,
confessa: «Due parole mi fanno paura: la precarietà e la selezione».
Un fuoco di fila che sorprende Marco Biagi. Lo studioso tenta di
convincerli ricordando che il famoso articolo diciotto, al centro evidentemente
di molti interventi, rappresenta mezza pagina su 47 del Libro Bianco.
Nega che si vogliano limitare tutele e diritti, anche se propone, in sostanza,
di dividere quel che c’è, in fatto di diritti, fra tutti. Non è il liberismo selvaggio
alla Thatcher, perché, rileva, «il libro bianco riflette una tendenza
che è propria anche della migliore sinistra». Accetta il decisionismo
governativo, perché i sindacati, anche quelli più aperti come la Cisl,
sono per loro natura conservatori.
Il problema è che le cose cambiano tumultuosamente e gli imprenditori
hanno bisogno di nuovi tipi di contratto, sennò scappano. La stessa
presenza dei CoCoCo rappresenta «la strada furbesca alla flessibilità
sul lavoro»: molti di loro, infatti, sono finti collaboratori, ai margini
della legalità. Auspica, così, un nuovo Statuto dei lavori: un’esigenza
condivisa in primo luogo nell’Ulivo. Quello che non si è condiviso
è operare una specie di scambio, tra vecchi e nuovi diritti.
C’è, infine, nelle risposte di Biagi un accenno autocritico importante,
con l’ammessa esistenza di due lacune nel Libro Bianco: i disabili e
la formazione. Un punto non dappoco.
Era stato sollevato dal delegato di Crema che aveva osservato
come non possa diventare flessibile un uomo o una donna che non
abbiano formazione, che abbiano imparato un solo lavoro. Parole di
verità, in un dibattito dai «toni forti», come aveva concluso Mons. G.
Carlo Brigantini, vescovo di Locri e responsabile della Consulta nazionale
della Conferenza Episcopale Italiana per la Pastorale del Lavoro:
«Forse lei ha colto la bellezza della dialettica, della passione, frutto
dell’amore per la gente che abbiamo, frutto della fatica anche di chi
vede tanta gente senza lavoro oppure gente espulsa. La ringraziamo
immensamente e le auguriamo di portare queste note non secondarie,
ma incisive, anche in alto». Qualcuno potrebbe ancora ascoltarli.