Trentin, leade di lotta e di riforme (M.Deagio)

03/09/2007
    venerdì 24 agosto 2007

    Pagina 15 – Politica

    Ritratto
    Alla guida della Cgil negli Anni 80-90

    Trentin, leade
    di lotta e di riforme

    L’addio a uno dei padri del sindacato moderno

      Mario Deaglio

      La scomparsa di Bruno Trentin non può non suscitare un senso di malinconia e nostagia. Trentin rappresenta, infatti, l’ultimo collegamento di alto profilo fra la ricostruzione del dopoguerra e i tempi problematici della globalizzazione che stiamo oggi vivendo con difficoltà: un uomo che iniziò la sua attività in tempi «eroici» e cercava di dare un senso agli attuali tempi, altrettanto «eroici» e importanti senza che molti di noi se ne accorgano.

      Se la proverbiale pipa di Luciano Lama, l’altro grande leader della Cgil, era il simbolo del buon senso che viene dal basso e dei problemi minuti dai quali si possono trarre conclusioni generali, la quasi altrettanti proverbiale pipa di Bruno Trentin era il simbolo del carattere internazionale dei problemi che i lavoratori italiani dovevano, e devono ancora più oggi, affrontare quale necessaria premessa per sedersi a un tavolo di trattative.

      Trentin, infatti, non apparteneva all’Italia provinciale. E proprio per questo potè apportare al mondo italiano del lavoro una rara, e quindi tanto più preziosa, pluralità di esperienze: nato in Francia, partigiano in Italia e in Francia, laureato in Italia, studente a Harvard, per tutta la vita mantenne collegamenti e interessi intellettuali a livello internazionale. Era arrivato al sindacato attraverso l’ufficio studi ma si era spostatto verso la prima linea dei confronti sindacali; il suo approccio, spesso duro e tagliente, si portava dietro una visione globale coerente dei problemi del lavoro a livello mondiale.

      Non andava in cerca di popolarità (prese anzi decisioni molto impopolari, firmando, tra l’altro, l’accordo per l’abolizione della scala mobile) ma sapeva stare sulle piazze «calde» degli scioperi degli Anni Settanta e Ottanta. Concluse, per la Cgil, l’accordo sulla politica dei redditi con il governo Ciampi, il che richiese indubbiamente molto coraggio.

      Il tempo di Trentin era quello di un confronto sindacale in giacca e cravatta, di linguaggio asciutto, di rispetto reciproco, di scontri fatti per prevalere e di accordi fatti per durare. Il tutto girava attorno alla realtà della fabbrica, luogo centrale della produzione, in cui tutte le parti si riconoscevano, in cui si scontravano e incontravano i fattori produttivi, attorno ai quali si potevano chiaramente identificare ceti e classi sociali. Non facevano parte di queste stagioni sindacali le furbizie, le trovate retoriche, le miopie di molti scontri e accordi in materia di lavoro dell’Italia di oggi in cui le fabbriche contano molto meno e le burocrazie molto di più. Per Trentin, libertà e democrazia non erano slogan appiccicabili a qualsiasi vertenza ma concetti molto seri che andavano oltre le vertenze; e rispetto ai quali non era troppo incline a fare sconti, né al tavolo delle trattative né altrove.

      Tutto ciò lo portò, specie nell’ultimo periodo della sua vita, a posizioni nettamente divergenti dalle rivendicazioni spicciole delle cronache sindacali recenti. Di fronte ai cambiamenti profondi del lavoro, aveva sostenuto già quasi dieci anni fa, in un vibrante dibattito con studenti, che il sindacato non può rimanere invariato. «Occorre sempre più conoscenza per potersi esprimere attraverso un lavoro, e…(quindi) tutte le persone diventano degli individui con problemi diversi, bisogni diversi, capacità creative diverse. Il sindacato organizzava sempre grandi masse di lavoratori e cercava di cogliere, di rappresentare per tutto quello che hanno di identico. Oggi il sindacato, se vuole veramente rappresentare non delle masse, ma delle persone, ognuna con i propri bisogni, con le proprie identità, deve sapere ripensare se stesso, completamente…le sue forme di rappresentanza, dare voce a tutte le diverse figure che stanno emergendo nella società e soprattutto fra i giovani».

      Dietro a questo imperativo si indovinava la sua minuta e appassionata conoscenza dei mutaenti della situazione internazionale, così spesso trascurata, da tutte le parti in causa, nelle vicende quotidiane del lavoro di casa nostra. E c’è da augurarsi che la malinconia e la nostalgia che la sua scomparsa suscita si possano tradurre in qualcosa di più di un ricordo stereotipato: nella presa di coscienza dei cambiamenti mondiali nella produzione, nell’ambito di una sociatà che abbia a cuore la libertà e non soltanto l’aumento del salario. L’età alla quale è consentito andare in pensione o le aliquote fiscali da applicare ai propri redditi.