Tremonti vuol vincere in Europa con le pensioni

30/06/2003

      30 Giugno 2003
      PREVIDENZA. A PALAZZO CHIGI CIRCOLA UN DOCUMENTO

      DI ROBERTO MANIA

      Tremonti vuol vincere in Europa con le pensioni
      Aumentare l’età fa risparmiare fino a 18 miliardi

      Il giorno dopo l’incontro a Palazzo Chigi tra il premier Silvio Berlusconi e i ministri Giulio Tremonti (Economia) e Roberto Maroni (Welfare) gli uffici tecnici dell’Inps sono stati messi al lavoro per elaborare alcune proiezioni sulle pensioni di anzianità. Il governo ha chiesto in particolare di conoscere la platea dei potenziali soggetti interessati ad interventi restrittivi; ma anche gli effetti, in termini di risparmio, di un ritocco ai criteri per l’accesso alla pensione di anzianità. Un segnale molto chiaro. E’ intorno al nodo delle pensioni di anzianità, infatti, che si gioca una parte non irrilevante della prossima verifica politica – per quanto elastica – tra i partiti della maggioranza. E lì, d’altra parte, che si annida la vera anomalia della previdenza italiana.

      Tremonti ha deciso di rompere gli indugi, consapevole che il suo piano per il rilancio degli investimenti europei in opere infrastrutturali, avrà ben altra accoglienza tra i paesi dell’Unione durante il semestre di presidenza italiana, se dovesse essere preceduto da una riforma strutturale del sistema pensionistico o, perlomeno, da misure più strutturate rispetto al fragile impianto che sorregge la delega previdenziale congelata in Parlamento. L’Europa, dunque, come fattore di spinta ad una riforma che affronta i nodi del nostro sistema pensionistico. In questa chiave il ministro dell’Economia non ha escluso finanche il ricorso a un decreto legge per bloccare le anzianità. Ipotesi – va aggiunto – ancora sul tappeto. Anche se con alcune varianti suggerite da Palazzo Chigi. L’intervento d’urgenza – stando a quanto è trapelato – viene considerato possibile dagli uomini del premier, i quali, però, ritengono essenziale, da una parte, avviare un confronto con le organizzazioni sindacali, pur sapendo che sarà quasi impossibile un’intesa considerando le difficoltà che sono sorte già sulla delega; e dall’altra ottenere il via libera delle Camere sul prossimo Dpef (il Documento di programmazione economica e finanziaria) che non potrà non indicare le linee strategiche dell’esecutivo anche in materia previdenziale. Solo a quel punto si potrebbe intervenire. Le decisioni sulle pensioni appaiono sincronizzate sui tempi del Dpef.

      Certo, non è proprio la traiettoria che aveva in mente il ministro leghista del Lavoro e delle politiche sociali, Roberto Maroni. Il quale sembra aver chiesto garanzie politiche sulla tenuta di una linea da parte di tutto il governo e dell’intera maggioranza. Insomma se si vuole ridurre la spesa corrente per liberare risorse per gli investimenti, si faccia pure; purché sia Berlusconi ad assumersene, per primo, la responsabilità e a fronteggiare le possibili tentazioni di fuga di qualche esponente della maggioranza. Maroni, alle sue spalle, ha già l’esperienza dello scontro sull’articolo 18 e il successivo referendum. Non vorrebbe ritrovarsi da solo, a parte il malessere che potrà generare nella Lega una norma punitiva sulle pensioni di anzianità.

      Intanto si fanno i conti. Una nota tecnica che circola a Palazzo Chigi stima in un risparmio annuo crescente da 3,7 miliardi di euro il primo anno a 18,5 miliardi il quinto, l’eventuale aumento di cinque anni dell’età effettiva di pensionamento, attualmente a 59,4 anni. Ogni anno – seguendo questo impianto – sarebbero circa 400 mila le persone (considerando solo gli iscritti all’Inps o all’Inpdap) che dovranno rinviare il momento della quiescenza. In termini di Pil (prodotto interno lordo) si otterrebbe un risparmio che sale dai 0,3 punti percentuali il primo anno fino a un massimo dell’1,5%, al quinto anno, per poi ridiscendere progressivamente. Il tutto sulla base di un livello medio del trattamento pensionistico nell’ordine di 9.300 euro l’anno.

      L’innalzamento dell’età, superando gradualmente le pensioni di anzianità, è la leva sulla quale agire per ottenere simultaneamente più risparmi e anche eguaglianza tra generazioni. Mentre perde quota l’ipotesi di ritornare al divieto di cumulo, lavoro-pensione, solo per le pensioni di anzianità. La rimozione del divieto – ricordano gli esperti di Palazzo Chigi – era uno degli impegni previsti dal programma di governo. A poco, infine, può servire, dal punto di vista finanziario, l’estensione del metodo contributivo, introdotto con la riforma del ’95, nella forma pro rata.