Tremonti: la riforma previdenziale con la manovra

22/09/2003




22 Settembre 2003

IL GOVERNO VUOLE PARTIRE CON I FONDI PREVIDENZIALI GIA’ DAL 2004
Tremonti: la riforma previdenziale con la manovra
Venerdì il varo. Fazio: è solo un primo passo
Federico Monga

Il governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, e il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, hanno chiuso il G7 di Dubai con un botta e risposta franco. Al posto della tradizionale conferenza stampa, si è assistito ad un duetto inconsueto, lontano dal rituale canovaccio che contraddistingue gli appuntamenti ufficiali come quello degli Emirati Arabi. Un sincero scambio di vedute su argomenti di grande attualità che da tempo accendono l’agenda politica italiana e dividono le forze politiche anche all’interno delle stesse coalizioni: le riforme, con in testa le nuove pensioni, la competitività, le regole europee, la ripresa che sembra esserci, ma non si riesce ancora a cavalcare, le misure per rilanciare la competitività e, infine, il caso della Cina.
Che l’atmosfera non fosse protocollare lo si è capito subito quando Fazio e Tremonti hanno iniziato a parlare di previdenza. Il ministro ha solleticato il Governatore con un battuta: «Non so se anche lei nel 2008 andrà in pensione con 40 anni di contributi». Fazio è stato subito al gioco: «Ne ho già molti di più». Poi il discorso si è fatto subito serio. Tremonti annuncia che il 26 settembre, in contemporanea con la presentazione della Finanziaria, il governo metterà nero su bianco anche la riforma delle pensioni: «Già dal prossimo anno gli incentivi esentasse del 32% in busta paga per chi resta al lavoro due anni in più una volta raggiunti i limiti di età e il lancio dei fondi pensione, che sarà la novità più importante e gli effetti si vedranno subito». Dal 2008 gli interventi più incisivi con i 40 anni di contributi. «Sarà una misura strutturale, radicalmente sufficiente a modificare la curva nello spazio temporale più corretto che è quello dei decenni».
Fazio scuote la testa. Prima domanda: «Non credo che veniate a dire che questa è la riforma». E subito dopo aggiunge: «E’ solo il primo passo, quanto questo sia lungo e importante lo dobbiamo ancora verificare». In Bankitalia sanno bene che gli ostacoli sono molti. Nell’immediato, una difficile trattativa con le parti sociali che già minacciano piazze piene e cortei. E nel medio periodo, opportunità politiche ed elettorali che in genere mal combaciano con il rigore.
Pieno accordo invece sul tempo «perduto». Tremonti contesta il centrosinistra «che per otto anni ha annunciato riforme senza poi farle limitandosi ad inutili chiacchiere e promesse». Il governatore non attacca ma, per quanto riguarda gli effetti, la pensa allo stesso modo: «Se avessimo cominciato ad intervenire cinque anni fa, adesso potremmo già raccogliere buoni frutti».
Le prospettive si riallontanano quando si affronta l’argomento congiuntura. Il ministro si sente più sereno perché il messaggio del G7 è all’insegna dell’ottimismo e ci sono le condizioni «per dare il via ad un ciclo di riforme». Il traino di Tremonti è l’Europa «con la quale ci siamo impegnati e siamo convinti di poter mantenere le promesse». Il suo interlocutore sottolinea come «sia poco importante concentrarsi sullo 0,4 o sullo 0,5% del Pil». Il problema invece «è trovare il modo di agganciarsi alla crescita, riducendo anche l’incidenza della spesa corrente per ridare flessibilità alla politica di bilancio». E, a proposito di flessibilità, Tremonti torna a prendersela con «l’iperegolamentazione europea», annunciando di voler avviare un «comitato informale» sull’argomento «perché a Bruxelles ci sono buone norme che sono un investimento e cattive norme che sono invece un costo, di giorno si predica competizione, di notte si tesse una tela di Penelope che va in senso contrario». Il ministro non vuole passare per antieuropeo e infatti aspetta «di vedere i frutti della nuova carta costituzionale in questi anni sostituita dal Patto di Stabilità con tutti i suoi pregi e i suoi limiti».
Il franco scambio di vedute si è concluso con uno sguardo divergente sull’Estremo Oriente. Il governo butta parte della colpa tutta addosso alla Cina: «Pechino non gioca con le stesse regole su aspetti cruciali, dall’inquinamento, al copyright e agli standard sociali». Il numero uno di via Nazionale invece invita a guardare anche in casa nostra: «Il problema esiste, però non riesco a capire come mai la Francia e la Germania, con i nostri stessi problemi, continuano ad esportare e noi non ce la facciamo. Vuol dire che abbiamo un problema specifico».