Tremonti illustra il Dpef che non c’è

03/07/2002
  Sindacale




03.07.2002
Tremonti illustra il Dpef che non c’è

di 
Bianca Di Giovanni


 In tarda serata le linee programmatiche del Dpef sono ancora tutte da presentare. I numeri che i giornalisti riescono a «strappare» si confondono tra loro, e la versione ufficiale non si attende che per notte fonda (visto il braccio di ferro innescato dalla maggioranza con le parti sociali sui quattro tavoli). Ma una cosa attorno alle 10 di sera sembra certa: qualche verità Giulio Tremonti ieri è stato costretto ad ammetterla. Magari solo un pizzico, non proprio tutta. Ma sta di fatto che quel pareggio di bilancio tanto propagandato per quasi un anno, poi «addolcito» da uno sconto europeo (ma è proprio vero che c’è lo sconto per l’Italia? Pedro Solbes e Wim Duisenberg non sembrano pensarla così) allo 0,5% del rapporto deficit/Pil resta un miraggio. Il governo Berlusconi prevede di avere un disavanzo dello 0,9%: ad essere fiscali (e Tremonti se ne intende) si direbbe che siamo fuori dall’euro. Quanto alla crescita dell’anno prossimo, «naturalmente si attesterebbe sul 2,2%», ammette il viceministro Baldassarri, ma «grazie alle nostre politiche (che non si conoscono, ndr) si arriverà al 3%».
Il patto di stabilità prevedeva il pareggio nel 2003, se non addirittura un surplus. Poi l’Ecofin di Madrid aveva alleggerito l’impegno, in considerazione della crescita più lenta del previsto, ed aveva parlato di un obiettivo «close to balance», che il commissario europeo Solbes aveva quantificato in mezzo punto. L’Italia si attesterà vicino all’1%.
La ripresa che va a rilento pesa negativamente anche sul deficit di quest’anno, che non si chiuderà più con uno scostamento dello 0,5% (anche questo propagandato a più riprese, nonostante gli avvertimenti dell’opposizione), e neanche con 1 o 2 decimali in più: si arriverà all’1,1%. Sul Pil di quest’anno è Rocco Buttiglione all’uscita dall’incontro a dare una prima mancanza di indicazione: «Preferiamo non dare previsioni perché non c’è un’interpretazione univoca». Eppure finora Tremonti aveva parlato di «forchetta», di un doppio scenario, uno negativo uno positivo con il 2,3% di crescita (quello più tele-trasmesso), ed uno pessimista dell’1,2%. Oggi non si dice neanche la forbice.
Capitolo decisivo per il rapporto con le parti sociali quello relativo all’inflazione programmata: e qui l’esecutivo si fa estremamente cauto. Non indica quel numeretto che fa da sfondo a tutte le trattative per il rinnovo dei contratti. Dice che va concordato con il sindacato, importante segnale distensivo per ottenere subito il sì ai quattro patti (lavoro, fisco, Mezzogiorno e sommerso) che si stanno trasformando in un unico accordo omnibus. Così l’Economia si limita a segnalare che l’Ue ndica per il 2003 un’inflazione tra l’1,7 e l’1,8%. «Su questo poi si innesta l’inflazione programmata – spiega sempre Buttiglione – come obiettivo politico che dipende anche dalle scelte che possiamo concordare con il sindacato. Noi speriamo di poter abbassare questo tasso di inflazione, previsto indipendentemente dalle scelte del governo».
Ultima cifra trapelata, quella sull’occupazione: il governo intende arrivare ad un tasso di disoccupazione del 6% nel triennio (oggi siamo al 9,2%).
Stop, nulla di più. Nell’incontro con gli enti locali non è stato fatto nessun altro numero, eppure Umberto Bossi non ha timore di dichiarare: «Ci sono un sacco di soldi per i lavoratori, per la detassazione. Possono essere contenti». Speriamo che in seguito si sia tradotto in cifra quell’«un sacco». A chi gliele chiede, il leader leghista si limita a dire «Non spetta a me fornire i dettagli. È un terzo di tutta la finanziaria. Sarà un’ottima finanziaria».
Il fatto è che ieri di finanziaria non si è vista neanche l’ombra. Alle Regioni non si sarebbe parlato neppure di quella prima fase di riforma fiscale che negli ultimi giorni è comparsa su tutti i quotidiani e tutte le emittenti Tv. Anche qui, però, c’è chi (a sorpresa?) è soddisfatto: è Enzo Ghigo, presidente della Conferenza delle Regioni. «Quello che ci interessava – dice all’uscita – era la riaffermazione dell’intesa istituzionale conseguenza dell’ inserimento del federalismo fiscale nell’ambito del Dpef e successivamente della finanziaria. Queste sono cose che il ministro Tremonti ha ulteriormente riaffermato e fanno dichiarare a noi, sistema delle autonomie locali, soddisfazione per questo Dpef».
Toni assai diversi dal sindaco di Torino Sergio Chiamparino. «Siamo ancora ad uno stadio molto generico – dichiara – sia sugli obiettivi, sia sul piano degli indirizzi». Insomma, il Dpef ancora non c’è. Sul tema «caldo» dei trasferimenti, si sarebbe proposta l’introduzione di una certa «libertà» per i budget ministeriali, che però vedranno meno fondi a disposizione. Che significa? Ancora non si capisce. Sicuramente si dovrà risparmiare, e anche molto, visti i richiami della Corte dei Conti ed il pericoloso ampliamento del deficit. Ma queste ore non sono quelle più adatte per parlare di sacrifici. C’è un accordo da strappare ai sindacati, anzi quattro. Quindi, prima la firma separata, poi le cifre. La cambiale in bianco è pronta.