Tremonti e i due volti di Colbert (G.Pennisi)

29/07/2003

ItaliaOggi ()
Numero
178, pag. 1 del 29/7/2003
di Giuseppe Pennisi

Giulio Tremonti e i due volti di J. B. Colbert

A cinque mesi da quello che le cronache hanno chiamato il discorso di Pesaro (una riunione a un’assemblea di piccoli industriali dove lo scorso febbraio presero la parola il ministro delle riforme istituzionali Umberto Bossi e il ministro dell’economia e finanze Giulio Tremonti) è tornato a far parlare di sé Jean-Baptiste Colbert. Rimembranze da cicli di cinema francese sulla terrazza dei musei capitolini quali quelli organizzati nell’ambito dell’estate romana? Non proprio, lo spettro del ministro delle finanze (dell’economia, si direbbe oggi) di Luigi XIV aleggiava in una lunga intervista concessa da Tremonti su riforme e declino (reale e apparente) dell’economia italiana. L’ipotesi è che occorre tornare a politiche colbertiste (ossia vagamente protezioniste) in quanto esportazioni sottocosto e marchi contraffatti stanno mettendo a repentaglio non solo il made in Italy ma la struttura stessa dell’economia italiana, specialmente il tessuto delle piccole e medie imprese. A febbraio, pochi giorni dopo il discorso di Pesaro, il ministro delle attività produttive Antonio Marzano dava alla stampa un documento sulla competitività e sulla politica industriale in chiave marcatamente liberista.

Ora, l’intervento ´colbertiano’ di Tremonti viene subito dopo la pubblicazione dell’ultimo rapporto dell’Istituto per il commercio con l’estero, un documento denso di preoccupazioni e per ´i mutamenti in corso nella distribuzione dell’attività economica’ e per il rischio di un fallimento della trattativa multilaterale sugli scambi in corso in seno all’Organizzazione mondiale del commercio (Omc). Avviene anche mentre non si sono ancora del tutte spente le eco del dibattito sul Dpef e mentre si sta preparando quello sul disegno di legge finanziaria.

Andiamo con ordine. Spiegando, innanzitutto, chi fu Colbert. Uomo di stato di multiformi attività, da segretario alla marina potenziò la flotta, modernizzò i cantieri navali e aprì rotte sull’Atlantico per creare Nouvelle France, la prima colonia francese in quello che è oggi è il Canada. Accademico di Francia, fu anche uomo di lettere e urbanista; guidò il riassetto di molte città francesi e fondò l’Académie de France a Villa Medici a Roma. È ricordato però, principalmente, per il suo ruolo nell’economia: fautore dell’intervento pubblico, riorganizzò le autonomie locali e il sistema tributario (abrogando esenzioni e deduzioni); adottò una politica per attirare in Francia lavoratori stranieri con professionalità che mancavano nel Regno (per le banche, la finanza, l’industria nascente); mise soprattutto in atto una strategia diretta a potenziare l’export e proteggere, con dazi e contingenti, le manifatture nazionali.

Un pianificatore (per utilizzare il lessico anni 60 del primo centro-sinistra) o un liberista (per impiegare, invece, quello degli anni 90)? Nel contesto del ’600 francese deve paradossalmente essere considerato un liberalizzatore a fronte della frammentazione di mercati locali regolati da interessi particolaristici, del pensiero bullionista ancora imperversante (favorevole alla più ampia circolazione di moneta nei confini del territorio nazionale e alla ´cattura’ di metalli preziosi) e del protezionismo pure più spinto (si pensi all’Atto di navigazione che vietava l’import di merci non trasportate su navi di Sua maestà britannica) vigente sull’altra sponda della Manica. In breve, sempre nel contesto dell’epoca, Colbert può essere visto come un liberale nazionale favorevole a uno stato decisamente regolatore e, quindi, anche ispettore.

Come Giano, il Colbert economico aveva però due volti. Dato che era (si direbbe oggi) un uomo del fare piuttosto che del teorizzare, non lasciò nessuno scritto organico; quindi, i due volti vanno ricavati dai suoi ´decreti’, ne firmava tanti! L’anima liberale-regolatoria (nel quadro della Francia del ’600) traspare dal rigore delle misure contro la contraffazione (già allora!) e la corruzione (della pubblica amministrazione e dei concessionari di esazione delle imposte). Quella nazionale-mercantilista dalla tariffa doganale e dagli incentivi (su base, però, non discriminatoria, grande segno di modernità a quell’epoca) per l’industria francese.

I due volti hanno dato origine a due filoni di nipoti. Ambedue si riconoscono in Colbert, pure nella madrepatria. Però non si amano; come avviene in molte famiglie, da oltre tre secoli litigano per l’eredità (il nome) dell’illustre antenato. Un filone ha sempre promosso la teorizzazione e razionalizzazione dell’intervento pubblico dell’economia; nella stessa Francia ha prodotto la ´programmazione indicativa’ e il commissariato al piano, metodi e strumenti a cui si abbeverarono, in estasi, molti economisti italiani all’inizio degli anni 60, quando il centro-sinistra faceva i suoi primi passi traballanti. Di recente, Oltralpe, questo filone ha trovato epigoni in economisti come Marc Chervel e politici come Chévenement.

Un altro filone è quello dove il giovane Frédéric Bastiat succhiò il latte come se fosse quello della madre. Liberista integrale, anzi integralista (nonché padre della roccaforte viva e vegeta nell’università di Aix-en-Provence e lontano zio di Pascal Salin), Bastiat definì, prima degli economisti scozzesi, le condizioni essenziali per un mercato funzionante: una ´soglia minima’ di simmetria di posizioni e di informazioni. In termini poveri, il mercato produce benessere solo se nessuno bara, almeno per quanto attiene alle regole di base.

In materia di politica industriale e commercio internazionale la divisione è netta. Un filone ha dato vita a una scuola di pensiero e azione nettamente protezionista e a favore di industrie decotte e carrozzoni per tenerle in vita (pur se solo vegetativa); in Italia iniziò a prendere piede già nel 1878 con la tariffa doganale Luzzatti, proseguì negli anni 30 e riapparve negli anni 70 con gemme quali la legge Prodi e la netta chiusura di gran parte dell’attuale opposizione alle liberalizzazioni conseguenti il sistema di cambio europeo. La seconda, invece, ha rappresentato il filone che ha scelto l’apertura dell’economia italiana al mercato internazionale e ha tenuto duro anche nella buia notte di quell’esperimento di ´solidarietà nazionale’ che ha portato a dilatazione dell’intervento e della spesa pubblica e progressive svalutazioni. A livello internazionale, è alla base dalla filosofia del Gatt prima e dell’Omc poi, ambedue basate sui principi della non-discriminazione e della reciprocità in materia di commercio internazionale, nonché soprattutto su regole certe. Dall’inizio degli anni 80, però, risoluzioni parallele dell’Omc e dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) affermano che tali principi devono essere applicati tenendo conto di ´soglie invalicabili’, sotto il profilo sia economico sia morale: non si possono aprire le porte a chi bara sfruttando il lavoro minorile, il lavoro coatto, financo la schiavitù e a chi non mantiene standard minimi di regole lavoristiche e sanitarie (per l’appunto le convenzioni ´fondamentali’ dell’Oil).

Quale volto scegliere? Lo diranno i fatti. Ossia le riforme che si concretizzeranno davvero.

Giuseppe Pennisi