Tremonti apre il fronte Tfr

19/07/2001

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Tremonti apre il fronte Tfr
Libera scelta ai lavoratori. Il buco a 25 mila miliardi
Il ministro dell’Economia incontra Monorchio nello studio del Ragioniere. Pensioni, parte la verifica

ROBERTO PETRINI VITTORIA SIVO


ROMA – Tremonti apre il fronte delle liquidazioni. La riforma del Tfr, secondo il ministro dell’Economia, intervenuto ieri a Palazzo Madama, deve prevedere la «libera scelta dei lavoratori» che potranno lasciarlo in azienda come «vogliono in molti», trasferirlo ai fondi collettivi oppure ai fondi aperti. Ma i fondi collettivi – ha sostenuto Tremonti in dissonanza le precedenti bozze di intervento prodotte dai governi del centrosinistra – non devono «godere di trattamenti di favore». Quanto alla riforma previdenziale, ha ripetuto: si farà in Finanziaria, dopo la verifica con i sindacati.
Cauto, ironico e fulminate Tremonti ha fatto scintille in Commissione, confrontandosi con sferzanti interventi dell’opposizione da Pennacchi a Natale D’Amico a Giaretta, ai quali ha dato i «voti»: il più equilibrato, per lui, è stato Roberto Villetti che ha notato come la guerra delle cifre danneggi il paese e sia preferibile confrontarsi sui programmi. In sostanza si è respirato un clima più disteso e Tremonti ha riconosciuto che dal ‘96 l’Italia ha fatto progressi («sarebbe suicida negarlo»). Il ministro ha tagliato corto anche sulla polemica sul buco: «Da oggi la responsabilità dei conti è nostra», ha detto. E ieri è andato a negli uffici della Ragioneria generale per incontrare Andrea Monorchio: un colloquio cordiale in cui il ministro ha espresso solidarietà e apprezzamento.
Quanto alle cifre il deficit viene confermato all’1,9 per cento (pari ad un buco di circa 24.500 miliardi) con l’obiettivo di fare meglio, mentre l’autotassazione di giugno non ha convinto il ministro del Tesoro e delle Finanze: l’ha giudicata «un po’ superiore alle aspettative», ma ha spiegato che 78.000 miliardi in più dipendono dall’imposta sulla rivalutazione dei beni aziendali che si conterà nel gettito del prossimo anno («una pocum e non una tantum», ha detto).
Tremonti ha anche annunciato di aver aperto un dossier con la Commissione europea alla quale è stata presentata l’ipotesi italiana di «convertire» i fondi comunitari, che le regioni non riescono a spendere che «andrebbero perduti», per finanziarie sgravi fiscali al Sud, sotto forma di crediti d’imposta o «misure instantanee».
Primi, cauti, passi del governo, intanto, sul terreno accidentato della riforma del Welfare. Ieri il ministro del Lavoro e Affari sociali Roberto Maroni ha insediato la Commissione tecnica, costituita da nove esperti «indipendenti» e presieduta dal sottosegretario Alberto Brambilla, con il compito di preparare la verifica del sistema pensionistico. Già entro metà settembre la Commissione dovrebbe fornire una prima valutazione sugli andamenti della spesa previdenziale in modo da far partire il confronto con imprese e sindacati. Il discorso sarà ad ampio raggio, dalle pensioni al Tfr per finanziare i Fondi integrativi, dal mercato del lavoro alla flessibilità. «Vogliamo rafforzare l’equità del sistema di protezione sociale. Certo questo avrà dei costi, ma la spesa non va calibrata sulle necessità di cassa, altrimenti deciderebbe la Ragioneria generale e non il governo», ha assicurato Maroni, ad escludere implicitamente l’ipotesi di tagli (mentre proprio ieri l’Isae, istituto che fa capo al Tesoro, raccomandava di intervenire con urgenza sulla spesa innalzando l’età pensionabile ed eliminando le pensioni di anzianità). Ciò nonostante i sindacati restano diffidenti e la Cgil rinnova l’avvertimento lanciato nei giorni scorsi da Cofferati: prima le pensioni integrative, poi la verifica.