Tregua armata sulle deleghe, escluso lo sciopero generale

23/01/2002


MERCOLEDÌ, 23 GENNAIO 2002
 
Pagina 40 – Economia
 
Palazzo Chigi tenta di riprendere il dialogo con i sindacati. La Cisl chiede emendamenti concordati
 
Tregua armata sulle deleghe escluso lo sciopero generale
 
 
 
Monorchio nega che un documento della Ragioneria indichi un buco nella riforma previdenziale
 
VITTORIA SIVO

ROMA — Arenato sulle secche dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori il dialogo ufficiale governosindacati, si moltiplicano le consultazioni riservate nell’intento di sbloccare la situazione su altri aspetti della delega per la riforma del mercato del lavoro. Dopo il giro di incontri al Quirinale promossi da Carlo Azeglio Ciampi con il governo e le parti sociali, i riflettori sono di nuovo puntati su palazzo Chigi, che riprenderebbe in mano le redini del negoziato in un ultimo tentativo di recuperare i rapporti con Cisl e Uil, rinunciando del tutto a riportare al tavolo la Cgil di Sergio Cofferati.
Un’operazione delicata, fondata ancora su basi poco consistenti. Così, per l’immediato la marcia di avvicinamento verso Savino Pezzotta e Luigi Angeletti riprenderà sul problema del rinnovo dei contratti del pubblico impiego, sul piano dei trasporti, sul Mezzogiorno. Sembrano conferme in queste senso le dichiarazioni meno rigide rese ieri dai segretari generali di Cisl e Uil: «Per ora ogni ipotesi di sciopero generale appare prematura», ha detto il primo pur ripetendo che la sua confederazione resta «fermamente contraria» ad interventi sull’art.18; «bisogna smettere di pensare che tra sindacati e governo ci sia una specie di sfida all’Ok Corral» e che lo sciopero generale sia visto come «evento risolutivo». Dalla Cgil invece arrivano segnali di segno opposto, con il vicesegretario generale Guglielmo Epifani che ribadisce che o il governo fa marcia indietro, oppure la lotta proseguirà, e con il leader della Fiom, Sabattini, che reclama a gran voce il ricorso allo sciopero generale, anche della sola Cgil se le altre due confederazioni non ci stanno.
Ma la linea ufficiale del governo — come ha detto il vice ministro dell’Economia Mario Baldassarri — è che il Parlamento è «il solo canale per eventuali modifiche» alle tre deleghe presentate dal governo (fisco, pensioni e mercato del lavoro); «i provvedimenti sono in discussione nelle due Camere. Non è un prendere o lasciare, ma è in quella sede che possono essere apportati eventuali emendamenti». Proprio ieri le Commissioni Affari costituzionali e Bilancio del Senato hanno dato parere favorevole al ddl sul mercato del lavoro, modifica dell’art.18 compresa, mentre l’ufficio di presidenza di palazzo Madama ha deciso di far slittare al 5 febbraio il termine ultimo per presentare gli emendamenti al provvedimento.
Intanto sull’altra delega presentata dal governo, quella per la riforma delle pensioni, si è aperta una crisi, poi rientrata, fra Tremonti e Monorchio. Secondo indiscrezioni del quotidiano online Il Nuovo, il Ragioniere generale dello Stato avrebbe calcolato che il ddl previdenziale produrrebbe nel bilancio pubblico un buco di circa 9 miliardi di euro, mancando di copertura la riduzione dei contributi per i neo assunti e le misure compensative per le imprese che smobilizzano il Tfr. Replica immediata del ministero dell’Economia: la delega «ha avuto il ‘bollino’ di Monorchio», il costo della riforma «verrà monitorato anno per anno» e «se dovessero porsi problemi di copertura, si provvederà con la Finanziaria dell’anno di riferimento». Lo stesso Monorchio ha poi confermato di avere «bollinato» la delega in questione, precisando che l’unico appunto della Ragioneria è quello inviato a suo tempo al Consiglio dei ministri «nel quale si affermava l’insussistenza di oneri finanziari derivanti dalla delega, fermo il rispetto di alcune condizioni».
Dalle file dell’opposizione il segretario dei Ds Piero Fassino ha dichiarato che le modifiche all’art.18 e la riduzione dei contributi previdenziali per i neoassunti aprono «un pericoloso precedente». Critico anche sulla prevista riduzione a due delle aliquote fiscali e sul fatto che le risorse stanziate dal governo per i contratti del pubblico impiego sarebbero insufficienti.
A difesa della riforma del mercato del lavoro la Confindustria, nel corso di un incontro in Senato con i capigruppo della maggioranza, ha ribadito che la riforma dell’art.18 «non significa in alcun modo libertà di licenziamento».