Tre vie verso il lavoro più «lungo»

30/09/2003



      Martedí 30 Settembre 2003

      WELFARE
      SOTTO LA LENTE


      Tre vie verso il lavoro più «lungo»

      L’occupazione è la nuova priorità: ai ministri dei Paesi industrializzati riuniti a Parigi l’Ocse suggerisce di innalzare l’età pensionabile, dare spazio alla formazione degli anziani e scoraggiare i prepensionamenti



      (DAL NOSTRO INVIATO)

      PARIGI - «Alzare l’età pensionabile, lavorare tutti, lavorare di più». Questa è la rotta suggerita dall’Ocse per creare nuova occupazione e combattere contemporaneamente la disoccupazione, che nell’area salirà quest’anno al 7% per poi scendere l’anno prossimo al 6,8 per cento.
      L’Organizzazione internazionale, che rappresenta i Paesi più industrializzati del pianeta, suggerisce
      ai ministri del Lavoro e del Welfare dei Paesi membri, riuniti ieri e oggi a Parigi, anche il taglio degli incentivi al prepensionamento e la
      formazione permanente degli anziani per fronteggiare i costi del progressivo invecchiamento della popolazione mondiale.
      Ci vuole dunque una rivoluzione culturale del Welfare. Come? Lavorando di più (più occupati e più a lungo termine) e meglio (maggior
      produttività con l’Information tecnology):
      «Solo così torneremo a essere più ricchi», ha detto
      Jean-Philippe Cotis, capo economista dell’Ocse.
      Abbiamo bisogno di produrre più ricchezza
      per sostenere i costi del nostro Welfare e dunque
      dobbiamo aumentare il numero di chi lavora e il
      tempo della sua attività nel corso della vita. «L’utilizzazione degli occupati è troppo bassa in Europa (si va in pensione troppo presto e molti
      dipendenti di bassa categoria costano troppo): il risultato è che la ricchezza pro capite europea è inferiore di un quarto rispetto a quella americana»,
      ricorda Cotis, che invita Europa e Giappone a varare le riforme strutturali se non vogliono percorrere la via del declino in nome di
      presunte eccezioni culturali.
      Troppa inattività. Oggi non basta più lottare contro la disoccupazione ma è ormai necessario «un approccio per ridurre la cosiddetta "non occupazione". Questo è il messaggio di fondo contenuto nel corposo e apprezzato rapporto annuale dell’Ocse sull’occupazione che fa da base di discussione per la due giorni ministeriale
      iniziata ieri. E dove si rileva che «la lotta contro una disoccupazione persistente deve restare una priorità
      per tutti i Governi membri» ma che ora l’obiettivo principale deve essere spostato sulla «riduzione del tasso di inattività». Come raggiungere questo
      traguardo? L’Ocse mette sul tavolo tutta una serie di misure per aumentare il numero di occupati, soprattutto tra gli over 50, incoraggiando la partecipazione al mercato del lavoro.
      Monika Queisser, direttrice per le Pensioni e politiche sociali all’Ocse, sprona i Governi e i ministri a non perdere altro tempo prezioso e a prendere il "toro per le corna". L’economista
      ricorda che senza interventi urgenti l’invecchiamento delle società industrializzate non permetterà più di
      mantenere l’attuale tenore di vita ai suoi pensionati. Ci saranno in prospettiva, cioè, sempre meno persone al lavoro che sosterranno sempre più
      pensionati: una specie di piramide rovesciata dove pochi sosterranno il peso di molti. La logica conseguenza di questa tendenza generale è cruda
      nella sua semplicità: pensioni di anzianità,
      addio per sempre. Le cifre dell’Ocse parlano chiaro: il rapporto tra persone anziane (quelli di 65 anni e oltre) e quelle tra i 20 e i 64 anni crescerà dall’attuale quota del 22 al 46% nel 2050. Una scelta obbligata che i politici fanno però fatica a trasformare in norme concrete per l’impopolarità
      delle scelte.
      Prepensionamenti addio. Ma l’Ocse non demorde e forte delle proiezioni demografiche suggerisce di «ridurre gli incentivi al prepensionamento» perché questi non aiutano
      affatto a tagliare la disoccupazione. Si tratta solo di falsi miti che vanno spazzati via: «Le strategie mirate a ridurre i senza lavoro tramite politiche assistenzialiste per favorire il ritiro dal mercato del lavoro —affermano in coro gli esperti Ocse — si sono rivelate nel medio periodo fallimentari».
      E soprattutto non è mai stato dimostrato che i prepensionamenti aumentino l’occupazione giovanile, anzi le statistiche disponibili testimoniano
      proprio il contrario: lavorando più a lungo cala la pressione sui conti previdenziali, si creano margini per ridurre la quota dei contributi che a sua volta riduce il costo del lavoro e favorisce l’occupazione giovanile. L’Ocse chiede quindi il varo di misure
      coordinate per prolungare il periodo di attività lavorativa: dall’aumento dell’età pensionabile alla riduzione degli incentivi per il pensionamento
      anticipato.
      Gli over 50. L’Italia non brilla: la percentuale di italiani tra i 50 e i 64 anni inattivi raggiunge il 59,8% facendole guadagnare la poco lusinghiera prima posizione nella classifica dei Paesi Ocse.
      Seguono Ungheria (59,4%), Belgio (57,9%), Lussemburgo (57,0%), Repubblica Ceca (53,4%). La Svizzera ha solo il 27% di popolazione senior
      inattiva.
      Distorsioni fiscali. L’Ocse mette in guardia anche sul sistema di tassazione che può creare effetti "perversi" che favoriscono l’uscita anticipata dal
      mondo del lavoro. Il non-impiego inoltre può essere favorito dalla presenza di barriere all’ingresso nel
      mondo del lavoro quali i minimi salariali troppo elevati.
      Il part-time. Il lavoro a tempo parziale è stato un forte motivo di crescita dell’occupazione. L’aumento di questo tipo di contratto ha compensato la riduzione dell’occupazione a tempo pieno in cinque Paesi (Italia, Germania, Austria, Finlandia, e Giappone). Inoltre il part-time ha
      rappresentato più della metà dei nuovi
      impieghi in nove Paesi membri, favorendo l’occupazione delle donne, dei giovani e in misura minore dei dipendenti più anziani.
      Disoccupazione di lunga durata. Per quanto riguarda la disoccupazione di lunga durata l’Italia è in seconda posizione — subito dopo la Repubblica
      Slovacca, (58,5%) — nella classifica delle persone disoccupate da più tempo (oltre i 12 mesi), con
      una poco lusinghiera quota pari al 58,2 per cento. Al terzo posto si attesta la Repubblica Ceca con il 50,3% mentre gli Usa hanno una percentuale
      pari all’8,9%, segnale di un mercato pronto ad assorbire rapidamente la manodopera espulsa.
      Le previsioni. Secondo l’Ocse, la percentuale dei disoccupati nei Paesi avanzati crescerà al 7% nel
      2003 e al 6,8% nel 2004 rispetto al 6,7% del 2002 mentre in Italia i disoccupati saliranno al 9,2%
      quest’anno per scender all’8,9% nel 2004, contro il 9,1% del 2002.

      VITTORIO DA ROLD