Tre imprese su quattro dicono no alle mamme

21/01/2011

Se negli ultimi anni la crisi ha picchiato duro sull’occupazione a farne le spese sembrano essere soprattutto le mamme che lavorano o tornano dopo la maternità. Una tendenza globale emersa da un’indagine di Regus, multinazionale specializzata in soluzioni per gli spazi di lavoro. La ricerca evidenzia che la percentuale di aziende intenzionate ad assumere un maggior numero di madri lavoratrici è scesa di un quinto rispetto allo scorso anno. Infatti, se a inizio 2010 il 44%delle imprese interpellate prevedeva di far ricorso a più mamme che tornavano a lavorare, oggi solo il 36%intende orientarsi così. E in Italia? Nel nostro Paese il 36%delle aziende intende assumere personale, ma solo il 28%sostiene di voler impiegare più mamme, nel caso delle Pmi la percentuale sale però al 34%. La crisi sembra aver fatto emergere anche vecchi pregiudizi: le mamme lavoratrici mostrano meno impegno e flessibilità rispetto agli altri dipendenti, abbandono il lavoro poco dopo la formazione per avere un altro figlio o hanno capacità professionali inadeguate. "In un periodo di ristrettezze economiche -afferma Mauro Mordini, direttore di Regus Italia, Malta e Israele -non sorprende il ritorno di atteggiamenti prevenuti, ma la maggioranza delle imprese concorda che chiudere la porta alle madri significa privarsi di personale di grande valore e quindi diminuire la produttività". "In Italia — prosegue Mordini — il 61%delle donne lascia il lavoro dopo la nascita del primo figlio per carenza di infrastrutture adeguate, ma grazie agli accordi di lavoro flessibili le imprese più lungimiranti capiscono che è possibile conciliare le esigenze delle famiglie con gli obiettivi aziendali". Come? "Consentendo ai dipendenti di lavorare in orari alternativi o vicini a casa".