Tre giorni di lavoro in più, nel terzo trimestre il pil rialza la testa

15/11/2004

    sabato 13 Novembre 2004

    Il prodotto interno lordo è cresciuto dello 0,4%, ma la produzione industriale resta al palo (in un anno più 0,8%). Vaciago: «In autunno una rondine non fa primavera»
    Tre giorni di lavoro in più, nel terzo trimestre il pil rialza la testa

      Angelo Faccinetto

      MILANO Miracoli delle statistiche. È bastato un calendario favorevole con qualche giorno lavorativo in più rispetto all’anno precedente e il pil, nel terzo trimestre dell’anno, ha fatto registrare un più 0,4 per cento. Un dato che, tradotto su base annua, fotografa una crescita dell’1,3 per cento e dà all’Italia l’illusione di una sia pur moderata ripresa. Soprattutto davanti ad una Europa che perde colpi (più 0,3 per cento contro un più 0,5 del trimestre precedente).

        Le stime (peraltro provvisorie: il dato definitivo arriverà più avanti) della crescita del prodotto interno lordo, in effetti, è controbilanciato da un altro dato, anch’esso reso noto ieri dall’Istat. Quello della produzione industriale. Che in un anno è cresciuta dello 0,8 per cento e da gennaio solo dello 0,2 per cento. A conferma del perdurare della crisi dell’industria.

          A «tirare» il pil, spiegano gli analisti dell’Istat, oltre ai tre giorni lavorativi in più registrati nel trimestre, sono stati infatti l’agricoltura e i servizi. Bene, in questo periodo, con un più 5,7 per cento, nell’industria è andato solo il settore energetico. I beni di consumo e quelli strumentali hanno fatto registrare tutti un andamento negativo (per i beni durevoli meno 4 per cento), con picchi nei settori delle calzature (meno 11,4 per cento) e dell’abbigliamento.

            Per fare dei raffronti, il prodotto interno lordo è cresciuto, in termini congiunturali, nello stesso periodo dell’0,9 per cento negli Stati Uniti, dello 0,4 nel Regno Unito e dello 0,1 in Germania. Su base annua la crescita tendenziale è del 3,9 per cento negli Usa, del 3 in Gran Bretagna e dell’1,3 per cento in Germania. Mentre nei paesi dell’euro la crescita è, rispettivamente, dell’0,3 e dell’1,9 per cento.

              «In autunno una rondine non fa primavera, potremmo avere già visto il meglio» – è il commento, non propriamente ottimistico, dell’economista Giacomo Vaciago. «Non si è in presenza di un dato che fa cantar vittoria – spiega – tanto più in presenza di un dato annuale dell’1,2 per cento non particolarmente brillante». Per Vaciago la crescita del terzo trimestre è stata spinta «più dagli investimenti delle imprese che dai consumi delle famiglie». Ma le prospettive? Secondo l’economista, per il quarto trimestre dovremo aspettarci «un po’ meno». E sperare, soprattutto, in una discesa del prezzo del petrolio e in un apprezzamento del dollaro.

                Marigia Maulucci, segretario confederale della Cgil, punta invece con ironia il dito proprio sul calendario. Che, dice, «capita l’aria che tira, con i suoi tre giorni lavorativi in più, si è omologato collocandosi saldamente su posizioni filogovernative». Il dato moderatamente positivo del terzo trimestre, insomma, per l’esponente della Cgil «non conta nulla». E il quadro resta fosco. «La domanda è bloccata per la caduta del potere d’acquisto di retribuzioni e pensioni – afferma – mentre il governo sta decidendo di agire sull’offerta in maniera assolutamente indiscriminata e senza selezione alcuna».

                  Di «segnali timidi», ma, insieme, di «occasione, per il governo, da non perdere» parla invece il segretario confederale Cisl, Pierpaolo Baretta. Mentre più ottimista si mostra il leader della Uil, Luigi Angeletti. «Sono dati meglio del previsto – sostiene – è la tendenza quella conta». Anche se la produzione industriale continua a restare ferma.