Tre Baghdad in lotta contro gli Stati Uniti

31/03/2003


            Lunedí 31 Marzo 2003


            Tre Baghdad in lotta contro gli Stati Uniti

            Sotto le bombe – La capitale dei ricchi è vuota, quella dei poveri fa quadrato a sorpresa intorno al regime che vive nel sottosuolo


            DAL NOSTRO INVIATO
            BAGHDAD – Dove sono i cinque milioni di abitanti di Baghdad? Nelle pause dei bombardamenti la città riemerge improvvisamente, le auto tornano a rombare sui grandi viali come se riaffiorassero dal sottosuolo e insieme a loro una popolazione indaffarata che corre da un suk all’altro. Ma neppure sotto le bombe questa è una città di eguali, di cittadini che condividono la stessa sorte. I civili che muoiono nei raid sono quasi sempre nei quartieri poveri: le due stragi al mercato, Shaab e al Nasser, sono stati due massacri di sciiti, i più svantaggiati nel sistema-Saddam. C’è una città piena e una vuota, una densamente popolata e un’altra deserta dove, incuranti dei missili, giardinieri meticolosi sarchiano e potano i parchi lungo il Tigri delle magioni silenziose dei nuovi ricchi. Certo le bombe hanno colpito anche nei quartieri residenziali come Jadiria e Mansur ma qui in modo davvero mirato. Dal Ponte 14 luglio, sulla sponda destra del fiume, si vedono le rovine di una villa disintegrata dai missili: è una della abitazioni della famiglia Saddam, quella ufficialmente riservata alle figlie del raìs. La casa è distrutta ma tra le palme si scorge un uomo in divisa che monta la guardia alle rovine: il regime afferma che, Inshallah, i parenti stretti del capo si sono salvati tutti. Gli arabi del Golfo, un tempo alleati di Saddam contro l’Iran degli ajatollah, fanno ipotesi maligne sul destino del clan al potere. Il quotidiano El Watan segnalava che era stata individuata una carovana di auto blindate al confine con la Siria: nel convoglio ci sarebbe stata la prima moglie del raìs, Sajda, due figlie e la moglie di Qusaj, l’erede di Saddam. Gli iracheni smentiscono ma con l’inizio della guerra sulla via di Damasco è stata folgorata un’intera classe sociale di iracheni abbienti: «Nella capitale siriana oggi una stanza in centro costa 500 dollari al mese, la cifra con cui sei mesi fa si affittava un intero appartamento», dice Suade, signora della buona borghesia irachena. Seguendo il corso del Tigri le ville diventano sempre più maestose, qualcuna di un gusto discutibile, con richiami a improbabili castelli anglosassoni e dimore veneziane. A Jadiria le abitazioni si fanno sempre più rade e la strada si infila in un piccolo viale invitante, verde di palme e di canneti. «Io mi fermo qui, sir», dice Barah, l’autista, bloccando di scatto le ruote. Di fronte non ci sono ostacoli evidenti e di fianco, in una garitta di legno, un guardiano si arrotola una sigaretta con aria flemmatica. La spiegazione di Barah arriva con poche sillabe, perentoria: «Udaj». Il figlio del capo abita qui. Quando, naturalmente, non è in un bunker o in qualche altra residenza segreta. Dall’inizio della guerra il sottosuolo di Baghdad – la città che non si vede – ha inghiottito e messo al sicuro nelle segrete del regime non soltanto la leadership ma un’intera nomenklatura di ministri, gerarchi, funzionari. I ministeri sono scatole vuote e nei cosiddetti centri di comando e controllo difficilmente i missili di Bush colpiranno gli alti gradi del regime. «Il ministero degli Esteri sono io», dice con una risata un ufficiale della Guardia repubblicana a uno dei pochi ambasciatori stranieri rimasti nella capitale. Non ci sono più referenti politici ed economici: anche i dirigenti della Somo, l’industria petrolifera di stato, si sono volatilizzati. Eppure il regime, apparentemente, non è in stato di decomposizione. Il controllo della capitale per ora è ancora saldo nelle mani del raìs e dei suoi uomini. Uno sguardo a Saddam City è eloquente: a ogni angolo una mitragliatrice tiene sotto tiro gli sciiti che abitano qui, periferia ribelle e a volte incontrollabile. Hamid, un negoziante del quartiere con una barba grigia e l’aria del capo, apre le porte della sua casa. In una stanza, su una stuoia, è sdraiata una signora con il volto raggrinzito: è la prima moglie, che guarda gli invitati con uno sguardo rassegnato e privo di interesse. È Fatima, la seconda moglie, invece, che si fa avanti a offrire il tè con aria padronale e baldanzosa. Mostra i suoi gioielli, i due figli, un maschio e una femmina, avuti da Hamid. Alle pareti, come in quasi tutte le case degli sciiti, c’è il ritratto di Alì, il primo Imam di questa branca dell’Islam, in Irak maggioritaria, che si separò dai Sunniti tredici secoli fa con la sanguinosa battaglia di Kerbala del 680. Ma accanto al ritratto di Alì e di Hussein, il martire di Kerbala, c’è anche l’immagine di una Madonna con un Gesù Bambino, venerato dai musulmani come uno dei profeti dell’Islam. Miriam, Maria, è un nome che ricorre con la sua storia e quella del Cristo centinaia di volte anche nei testi islamici e negli Hadit attribuiti a Maometto, considerato dai musulmani come «il sigillo dei profeti». Dentro c’è una cosmogonia religiosa densa di devozione, fuori una folla di bambini scalzi che improvvisa una coro: «Nam Saddam, nam Saddam», sì a Saddam, viva il raìs. Ma non era questa la roccaforte dell’opposizione dura e pura al regime di un leader che ha sempre privilegiato la minoranza sunnita al potere? La Baghdad che oggi vediamo sotto le bombe è il risultato della grande trasformazione degli anni 60 quando l’esodo dalle campagne sciite del sud fece sorgere grandi periferie come al Horriyeh, la Libertà, e Saddam City che si chiamava anche Città della rivoluzione, Metinat al Thawra. La migrazione degli sciiti verso le città in Irak è un fenomeno paragonabile a quello dei loro confratelli nel sud del Libano che colonizzarono la periferia meridionale di Beirut. Quartieri poveri, senza servizi, hanno creato intorno alla capitale irachena una sorta di «cintura della miseria», una frontiera invisibile ma che si percepisce nettamente tra questa e l’altra Baghdad. Saddam City, Horriyeh e le altre zone sciite della capitale hanno rappresentato in questi trent’anni il covo della dissidenza e della ribellione contro il regime. Ma adesso, contro ogni previsione, appaiono soprattutto una roccaforte dei valori comunitari e religiosi dell’Islam tradizionale, dove le donne vestono perennemente le lunghe tuniche nere irachene, le abayas, e avvolgono il capo con il chador, tenendo il velo stretto fra i denti per non far trasparire nulla all’esterno della loro femminilità. Tre Baghdad sotto le bombe: quella dei ricchi, quella dei poveri e una città del sottosuolo, fatta di bunker inespugnabili e di segreti decifrabili. Una città proibita sotto un cielo nero di nubi di petrolio che sembra aprirsi di continuo squarciato dal temporale dei bombardamenti e della contraerea.
            Alberto Negri