Tre articoli di Marco Biagi

20/03/2002



Tre articoli di Marco Biagi

Incomprensibile il secco rifiuto
L’articolo è stato pubblicato il 29 gennaio, nella sezione «Commenti e inchieste». Il testo commenta un documento del Cnel del 1985 (firmato anche dall’allora leader Cgil Luciano Lama) in cui venivano avanzate proposte sulla modifica dello Statuto dei lavoratori.

Grazie alla iniziativa di questo giornale (si veda di domenica 27 gennaio), ora tutti sanno che una modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non è una novità nell’agenda politico-sindacale italiana. Il documento votato dal Cnel il 4 giugno 1985 è assai chiaro a riguardo. Si affermava infatti in quel lontano (ma attualissimo) testo che «complessivamente l’esperienza applicativa dell’articolo 18 dello statuto non suggerisce un giudizio positivo della reintegrazione». Nessuno vuol sostenere naturalmente che proposte elaborate oltre tre lustri addietro siano necessariamente valide ancor oggi. Tutti siamo consapevoli del fatto che ogni prospettazione deve essere collocata in un preciso contesto politico-sindacale di riferimento. Eppure in questa materia le ragioni di quella scelta furono condivise (e comunque mai avversate) da uomini come Luciano Lama, Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto, oltre che da Vittorio Merloni. Nomi autorevoli di personalità che hanno lasciato un solco profondo nella storia delle organizzazioni di cui furono alla guida. Esponenti di un approccio riformista che non dovrebbe lasciare insensibili i leaders attuali di Cgil, Cisl e Uil. Quale lezione trarre dall’aver rievocato questo importante passaggio del dibattito giuslavoristico? Innanzitutto non è possibile nascondere un interrogativo: perché mai Cisl e Uil avrebbero cambiato idea? Forse che nel frattempo la reintegrazione si è estesa come meccanismo sanzionatorio in altri Stati membri dell’Ue? Assolutamente no. Può affermarsi che questo meccanismo sanzionatorio si è rivelato sorprendentemente efficace? Neppure. Anzi, semmai è vero l’esatto contrario: sempre meno sono i lavoratori coperti da questa forma di tutela e più rari risultano i casi di effettiva reintegrazione. Le proposte del Governo di revisione dell’articolo 18 sono in ogni caso ben più modeste. Nel 1985 nessuno prospettava alcuna forma di sperimentazione: ogni riforma avanzata in materia avrebbe dovuto avere carattere strutturale. Non solo, ma oggi il problema è impostato in un’ottica promozionale dell’occupazione per promuovere la diffusione del lavoro di buona qualità, quindi innanzitutto del contratto di lavoro a tempo indeterminato. Una logica da un lato più ambiziosa (far crescere anche in questo modo il tasso di occupazione), dall’altro più limitata (sospendere la reintegrazione solo in una prospettiva premiale per i neo-assunti, per incoraggiare la trasformazione dei contratti a termine e combattere il nanismo delle nostre imprese). Certo, tra un documento del Cnel ed una proposta avanzata da un Governo che gode di un’ampia maggioranza parlamentare esiste una considerevole differenza. Ed anche scontando il fatto che il documento del Cnel fu a lungo elaborato con l’ampio coinvolgimento di numerosi esponenti (ed esperti) di varie aree politico-sindacali, resta pur sempre l’enorme differenza di accoglimento delle proposte: di condivisione, allora, mentre oggi si agita il fantasma dello sciopero generale. Resta francamente incomprensibile il rifiuto di discutere di questa problematica, al punto da oscurare tutti (o quasi) gli altri problemi di riforma del mercato del lavoro. La proposta di delega del Governo è infatti assai ricca e per certi aspetti ben più innovatrice rispetto alla semplice idea di rivedere sperimentalmente la reintegrazione a seguito di licenziamento illegittimo. Valga per tutti la prospettazione di introdurre nel nostro ordinamento lo staff leasing: un’eventualità di fronte alla quale nessun sindacalista si è ancora stracciato le vesti. Le soluzioni per ripensare l’articolo 18 sono ovviamente innumerevoli. Ciò che conta è intendersi una volta per tutte che non è affatto in discussione il principio del licenziamento giustificato, cardine del nostro ordinamento nazionale in omaggio a principi universalmente riconosciuti (almeno in Europa). È senz’altro possibile, durante il dibattito parlamentare, formulare ipotesi diverse, ad esempio più focalizzate sulla promozione dell’occupazione al Sud ovvero a favore di soggetti con particolare rischio di emarginazione sociale. Sarebbe davvero auspicabile che si tornasse con serenità a confrontarsi sul merito, ad esempio su cosa si intenda per equo indennizzo al lavoratore ingiustamente licenziato. È quello che il Presidente della Repubblica ha chiesto con tutto il peso del suo prestigio e della sua autorità, politica e morale: la maggior parte degli italiani è sicuramente d’accordo con lui.



Ma firmare si può
L’articolo è stato pubblicato il 23 gennaio, in prima pagina a commento dell’intesa raggiunta dalle parti sociali per il recepimento della direttiva Ue sulla rappresentanza.

Il dialogo sociale funziona, almeno quando Governo e parti sociali collaborano lontano dai clamori della politica. Qualche giorno fa al ministero del Lavoro è stata concordata un’intesa fra tutte le parti sociali (nessuna esclusa) e il Governo per completare la trasposizione della direttiva del 1994 sui Comitati aziendali europei. Non si tratta certo di un evento di secondaria importanza, visto che questa direttiva interviene in un argomento nevralgico per le relazioni industriali qual è la partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori. I Comitati aziendali europei sono una forma di rappresentanza dei lavoratori che viene istituita nelle imprese multinazionali situate nell’Unione europea. È la prima volta che in sede comunitaria si affronta questo delicato aspetto, promuovendo i diritti di informazione e consultazione. Già nel 1996 le parti sociali hanno espresso un avviso comune per facilitare la trasposizione. Purtroppo nessuno dei Governi che si sono succeduti nel corso della passata legislatura ha utilizzato questa intesa. Ora ci si è seduti nuovamente attorno a un tavolo e sono state concordate le soluzioni tecniche affinchè il Governo possa emanare un decreto in attuazione dell’ultima legge comunitaria che impone la trasposizione entro il 4 febbraio. Anche l’imminente scadenza di questo termine ha spinto tutti gli attori a compiere uno sforzo di buona volontà ed a trovare un’intesa. L’intesa non è stata formalizzata in un documento firmato dalle parti che hanno comunque concorso da vicino alla stesura del testo che il Consiglio dei ministri deve trasformare in un decreto legislativo. In questo modo, con interessanti soluzioni in materia sanzionatoria, si è avviato un percorso di intervento sulla partecipazione che dovrà proseguire con la trasposizione di altre due direttive, in materia di Società Europea e di diritti di informazione e consultazione nelle imprese nazionali. Si annuncia davvero una stagione ricca di stimoli provenienti dell’ordinamento comunitario per quanto riguarda la democrazia economica e la partecipazione dei lavoratori. Pensare a tutto questo nell’attuale contesto di scontro tra sindacati e Governo appare un po’ paradossale. L’intesa per completare la trasposizione della direttiva sui Comitati aziendali europei non era stata trovata per molti anni, anche in contesti di rapporti ben più amichevoli fra Governo e sindacati. Nessuno avrebbe previsto che il dialogo sociale, proprio come lo prevede il trattato della Ue, avrebbe dato i suoi frutti in questa stagione di polemiche e di scioperi. Eppure il miracolo è avvenuto e l’Italia, ultima fra tutti gli Stati membri, sta per integrare nel proprio ordinamento la direttiva più importante per le relazioni industriali emanata nello scorso decennio. Questo episodio dimostra che impostare diversamente il rapporto fra Governo e parti sociali può sortire effetti positivi. Se abbandonare la concertazione significa trovare accordi con chi è interessato, senza riconoscere a nessuno diritti di veto, può darsi che questo metodo funzioni. Tutti sono infatti indotti a ricercare il consenso, ben sapendo che potranno essere tagliati fuori dall’accordo. Nessuno ha dopo tutto interesse a radicalizzare le proprie proposte, rischiando l’autoemarginazione. Si tratta di pratiche ben note, sperimentate anche in materia arbitrale. Nel Regno Unito il pendulum arbitration (l’arbitro può scegliere solo una delle tesi dei contendenti, senza alcun compromesso) fu proposto al fine di calmierare le pretese e ridurre il contenzioso. La vicenda dei Cae dimostra che lavorare lontano dai clamori della politica rende l’esercizio del dialogo sociale proficuo e fruttuoso. Se si guarda al merito e non alle ideologie i problemi vengono risolti. Speriamo che torni a prevalere l’attenzione per i contenuti e che ci si confronti sulle modalità per conseguire un’effettiva modernizzazione del mercato del lavoro. Tornare a trattare non è impossibile: basta volerlo, essendo disposti a far proposte senza limitarsi alla protesta.

Ridurre le regole fa bene al lavoro
L’articolo è stato pubblicato il 13 febbraio, in prima pagina a commento dell’intesa Berlusconi-Blair per la riforma del mercato del lavoro con l’introduzione di elementi di flessibilità.

Riformare il mercato del lavoro è la condizione per conseguire l’obiettivo di aumentare l’occupazione, accrescendone la qualità. Questa è la convinzione che accomuna il Governo italiano e quello britannico, condivisa peraltro da quello spagnolo che in questo semestre detiene la presidenza di turno dell’Unione europea. La dichiarazione congiunta di Blair e Berlusconi usa un linguaggio inconsueto nel mondo della diplomazia internazionale. Difficile ricordare un documento a livello di Governi in cui si denuncia il pericolo di «una eccessiva regolamentazione del mercato del lavoro» tale da «impedire le necessarie ristrutturazioni economiche in alcuni settori», mettendo in guardia contro il rischio di «un ritorno ai mercati del lavoro sclerotici» che caratterizzavano l’Europa fino a un decennio fa. Del resto gli inglesi non ricorrono volentieri a formule equivoche e cercano di comunicare con efficacia con l’opinione pubblica. Anche D’Alema fu vicino a concordare un testo analogo, conforme del resto alle convinzioni sue e dei suoi consiglieri all’epoca in cui guidava il Governo: ma gli mancò il coraggio di andare fino in fondo verso una svolta riformista e tutto finì nelle solite smentite e nelle accuse ai giornalisti. La scelta è netta: il mercato del lavoro soffre di eccessiva regolazione e questo impedisce l’integrazione occupazionale di numerose categorie di lavoratori. In Italia il caso delle donne è sicuramente quello più clamoroso. In generale è ragionevole riconoscere che in numerosi Stati membri «l’attuale quadro regolatorio spesso riflette un’organizzazione del lavoro ormai obsoleta». Questo eccesso di regolazione preoccupa i due Governi che temono gli effetti dannosi di questa «sclerosi» istituzionale. Soprattutto in un momento di incertezza del quadro economico internazionale – si afferma – vi è assoluta necessità di un mercato del lavoro che funzioni con efficienza. Bisogna passare da un assetto regolatorio tutto incentrato sulla tutela dei singoli posti di lavoro a una prospettiva di protezione sul mercato imperniata sul concetto di occupabilità. È il momento di scegliere senza esitazioni ulteriori la strada della formazione continua e delle tipologie contrattuali flessibili. A chi avesse ancora dei dubbi su come procedere alla luce di queste affermazioni generali il documento dà una risposta addirittura da manuale universitario. «Mercati del lavoro moderni e flessibili – si afferma – richiedono un ulteriore adattamento delle forme di regolazione, sia quelle proprie del diritto del lavoro (meno regole vincolanti, più soft law basate sul benchmarking), sia quelle che caratterizzano la contrattazione collettiva (accordi quadro, anziché contratti collettivi con efficacia quasi legislativa)». Ma per realizzare tutto questo è necessario «un più alto livello di coinvolgimento dei lavoratori come uno dei fattori più importanti per determinare la qualità di un sistema di relazioni industriali». Queste e altre conclusioni rafforzano l’impostazione complessivamente contenuta nel Libro Bianco sul mercato del lavoro, a testimonianza della larga condivisione in Europa di una linea di politica legislativa crescentemente bipartisan. Non risulta infatti che Tony Blair e il suo New Labour Party appartengano a uno schieramento di Centro-destra. Per chi si occupa di mercato del lavoro il documento Blair-Berlusconi non introduce novità sostanziali. In fondo esso non fa che richiamarsi alla Strategia europea dell’occupazione, lanciata nel 1998 anche dal Governo italiano guidato da Romano Prodi che concorse a integrarla nello stesso Trattato Ue. Si tratta di un complesso di norme hard (il Trattato) e soft (le linee-guida sull’occupazione concordate annualmente dal Consiglio) che ormai costituiscono il patrimonio cultural-politico e tecnico-scientifico di tutti i Governi, liberi ovviamente di decidere tempi e modalità di attuazione. É una linea di confine netta che ormai separa chi è consapevole della necessità del cambiamento e quanti non hanno un progetto di riforma, preferendo la semplice conservazione dell’esistente. Il documento italo-britannico sarà assai utile alla presidenza spagnola per assicurare esiti concreti all’imminente Consiglio europeo di Barcellona sull’occupazione. Non potrà rimanere inascoltata la proposta a tutti gli Stati membri di «rivedere l’attuale assetto di regole» sul mercato del lavoro. Non si potrà ignorare l’opzione a favore di un part-time sempre più incentivato «per favorire le transizioni verso e dal mercato del lavoro, al fine di assicurare la partecipazione delle donne e dei lavoratori anziani a una società attiva». Si tratta di proposte in discussione anche in Italia, con particolare riferimento alla delega richiesta dal Governo al Parlamento in materia di mercato del lavoro: proposte da valutare criticamente nell’ambito di una serrata dialettica fra maggioranza e opposizione parlamentare, senza degenerare nei recenti insulti agli autori del Libro Bianco. Si deve discutere invece su come attuare le indicazioni comunitarie in materia di occupazione. Chi si rifiuta di riconoscersi in questa prospettiva si chiama fuori dall’Europa che deve accelerare il processo di modernizzazione del mercato del lavoro se vuole ancora assicurare un futuro alle giovani generazioni.

Mercoledí 20 Marzo 2002