Traditi gli obiettivi – di E.Fornero

28/02/2003


Venerdí 28 Febbraio 2003
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Traditi gli obiettivi


DI ELSA FORNERO

Su un impianto di obiettivi coerenti e condivisibili, la delega previdenziale approvata dalla Camera (a distanza di un anno dalla presentazione da parte del Governo) si caratterizza per strumenti deboli, se non addirittura controproducenti. Gli obiettivi condivisibili riguardano 1) l’allungamento della vita lavorativa, in parallelo con l’allungamento della durata complessiva della vita; 2) la riduzione del costo del lavoro per le nuove leve, ma senza il ricorso alle forme contrattuali atipiche che hanno caratterizzato la dinamica del mercato del lavoro negli ultimi anni; 3) la creazione, dopo svariate mezze partenze, di un robusto comparto di previdenza integrativa affidata ai fondi pensioni e alle polizze previdenziali individuali. L’obiettivo di alzare sensibilmente l’età di pensionamento va giudicato soprattutto come misura strumentale al rafforzamento della sostenibilità finanziaria del sistema. Rafforzamento finanziario del sistema a fronte del rapido invecchiamento della popolazione e di metodi di calcolo della pensione che, com’è il caso della formula retributiva in vigore, inducono il lavoratore a uscire appena possibile. L’età di pensionamento è infatti oggi troppo bassa perché le pensioni sono troppo "generose" (in rapporto ai contributi, e soprattutto alla speranza di vita) e "tassano" pesantemente la continuazione dell’attività, dato che l’aumento di pensione che ne consegue non compensa gli ulteriori contributi e la riduzione del periodo di percezione. La soluzione del problema dovrebbe consistere nella correzione della formula che è all’origine degli squilibri e pertanto nell’adozione, fin da subito, del metodo contributivo introdotto con la riforma del 1995, il quale resterà invece in stand by ancora per qualche decennio, per effetto della lenta transizione. La soluzione ipotizzata nella delega consiste, per contro, nell’offerta di un "indennizzo" al lavoratore. Tuttavia, se esso sarà tale da compensare la tassa e i lavoratori decideranno di continuare l’attività, il saldo per lo Stato difficilmente sarà positivo e permarranno quindi tutti i rischi di insostenibilità finanziaria oggi presenti. Il secondo strumento inappropriato è l’uso della decontribuzione "a parità di pensione" per le nuove coorti di lavoratori. Esso è sbagliato nella sostanza perché crea i presupposti per un disavanzo pensionistico di entità sconosciuta, anche se va ascritto alla preoccupazione finanziaria l’emendamento che porta a zero anziché a tre punti percentuali il limite inferiore della decontribuzione; ed è sbagliato nella forma, perché reintroduce il principio della discrepanza tra contributi e prestazioni non già per ragioni di equità, bensì per mera discrezionalità politica. La corrispondenza attuariale tra contributi e prestazioni è un buon principio che dovrebbe ammettere eccezioni motivate soltanto da vera solidarietà, nei confronti dei lavoratori che abbiano potuto accumulare, a causa di una vita lavorativa relativamente povera, soltanto un modesto montante contributivo. È facile prevedere che, una volta rotto l’argine, molte altre "buone ragioni" potranno indurre i politici a intervenire, di volta in volta, sul principio. Da ultimo appare decisamente criticabile l’uso della devoluzione obbligatoria del Tfr per "forzare" la previdenza integrativa. L’obbligatorietà lascerebbe infatti dei vuoti la cui natura e dimensione sono largamente sconosciuti. Il vuoto di finanziamento alle imprese, soprattutto di dimensioni piccole e medie, creerebbe un onere dalle conseguenze non facilmente prevedibili o, per contro, un’incerta obbligazione dello Stato a colmarlo. Dal lato dei lavoratori, anche ammessa una sostanziale equiparazione, sotto il profilo della liquidità, tra il Tfr presso l’impresa e quello devoluto al fondo pensione, rimarrebbe pur sempre il ben maggiore rischio che quest’ultimo comporta. La grande volatilità dei mercati finanziari di questi ultimi anni, insieme al livello tendenzialmente basso dei tassi di rendimento, suggerisce che il rischio può essere causa di forte preoccupazione per il lavoratore non soltanto per quanto concerne il momento della conversione in pensione del montante finale, ma anche nei momenti intermedi nei quali egli può avere necessità di anticipi. Mentre il vecchio Tfr dà una relativa sicurezza, questa è molto minore nel fondo pensione. Prima di obbligare i risparmiatori a impieghi rischiosi, il legislatore avrebbe dovuto affrontare in modo chiaro e trasparente il problema del rischio. È un peccato, a ben vedere, che il tempo intercorso tra la presentazione della delega e la sua approvazione sia stato speso più in dannose polemiche su «riforma sì, riforma no» che non nell’approfondimento dei problemi reali che si frappongono al raggiungimento dei pur giusti obiettivi in essa individuati.