Traballa il regno di Billè

12/12/2005
    giovedì 8 dicembre 2005

      Pagina7 -Primo Piano

      MATTONI NEL MIRINO LA GUARDIA DI FINANZA NELLA SEDE DELLA CONFEDERAZIONE. IL LEADER FA BUON VISO A CATTIVO GIOCO: «SI TRATTA DI UN ATTO DOVUTO»

        Avviso di garanzia, traballa il regno di Billè

          Il presidente di Confcommercio indagato per gli affari con Ricucci. C’è già chi ne chiede la testa

            Raffaello Masci

            ROMA
            La storia del palazzetto dei Parioli (prestigioso quartiere di Roma) che Confcommercio ha acquistato a febbraio per 60 milioni da Stefano Ricucci, il quale l’aveva pagato 12 appena due mesi prima, è ora al vaglio della magistratura. Un avviso di garanzia è stato infatti recapitato al leader dell’organizzazione, Sergio Billè.

            La vicenda giudiziaria potrebbe avere i tempi geologici propri del caso, molto più rapida potrebbe invece essere la resa dei conti interna alla Confederazione, che – secondo alcuni – avrebbe preso l’abbrivio proprio da questa controversa operazione per defenestrare il leader dei commercianti – vitale, spiccio di modi, qualche volta perfino rude – inviso a una parte dell’organizzazione (per esempio ad alcune federazioni del turismo e a certe associazioni territoriali, come quelle del Trentino, del Veneto o dell’Emilia).

            Quando la Guardia di finanza, ieri mattina, ha fatto il suo ingresso nella monumentale sede della Confederazione, in piazza Belli (a Trastevere), Billè ha fatto buon viso: ha collaborato, ha dato carte, faldoni e tutto il possibile, sostenendo – come poi ha dichiarato – che l’iniziativa dei giudici era «un atto dovuto, esclusivamente a tutela mia e dell’associazione che rappresento». Lui, peraltro, si è subito detto «tranquillo» e certo che tutto sarà chiarito. Resta, tuttavia, pesante l’ipotesi formulata dai magistrati, di «appropriazione indebita» nella gestione del «fondo del presidente», una assai congrua voce di bilancio affidata alla discrezionalità del capo.

            Ieri Billè non ha voluto parlare, ma nella piovosa mattina del 7 ottobre raccontò la sua versione dei fatti a un gruppo di cronisti.
            Confcommercio – disse in sostanza Billè – un anno fa aveva di fronte due esigenze, da una parte quella di rafforzare la sua posizione patrimoniale attraverso «oculati investimenti», e dall’altra quella di acquisire nuovi spazi per i propri uffici. Si cercò uno stabile che desse risposta a entrambe queste esigenze e fu trovato nel palazzetto di via Lima 51, le cui operazioni di acquisto furono avviate nel febbraio 2005.

            Il proprietario dell’immobile era Stefano Ricucci che l’aveva acquistato due mesi prima al prezzo di 12 milioni. A Billè però, l’immobile fu proposto «chiavi in mano», restaurato e ristrutturato secondo le esigenze dell’acquirente (il progetto di recupero avrebbe perfino consentito di realizzare un piano in più) ma, certo, il costo sarebbe lievitato: 60 milioni, di cui 39 da anticipare.

            Cominciano i malumori interni ed esterni alla Confederazione. Nell’assemblea del 23 giugno Billè fa un duro attacco alla politica fiscale del governo che premia – secondo lui – certi imprenditori a scapito di altri. Da quel momento Billè sostiene di essersi fatto molti nemici, al punto che «qualcuno – racconta ai cronisti – mi avvicinò e mi disse all’orecchio: “Ma lo sa Billè che parlando così, mettendo così in piazza certi problemi che riguardano proprio l’assetto del nostro sistema economico e finanziario, lei rischia di pestare i piedi a molta gente? Stia attento che, in questo Paese, è stato sempre pericoloso disturbare il manovratore. Non permetteranno che un Billè qualsiasi che, in fondo, rappresenta una marea di imprese che, rispetto ad altre, devono continuare ad avere solo il ruolo di gregarie e di portatrici d’acqua, rompa loro le uova nel paniere”.»

            «Perché sia chiaro – racconta ancora Billè – che in Italia l’area immobiliare non si tocca, il Corriere della Sera non si tocca, certe rendite non si toccano, il sistema bancario non si tocca, il metodo di erogazione delle risorse pubbliche fin qui e per decenni seguito non si può e non si deve toccare». Insomma scattò – secondo il leader di Confcommercio – la congiura.

              Resta il fatto che quei soldi sono tanti, e in buona parte sborsati ad operazione di vendita non ancora conclusa. Ma Billè ha una risposta anche per questo: «C’è una delibera del 1974 – sostiene – che costituisce un “fondo” che il presidente può gestire come meglio ritiene, soprattutto per iniziative finalizzate a consolidare il complesso patrimoniale della Confederazione».

              E a domanda diretta se il presidente non dovesse darne ragione ad alcuno, Billè risponde con sicurezza: «No».

              La Giunta confederale, nella seduta del 28 settembre, gli accorda «piena fiducia», istituisce, tuttavia, una commissione che indaghi su non meglio definiti «problemi dell’organizzazione». Quando si tratta di votare il bilancio previsionale, poi, alcune associazioni territoriali si dissociano. L’assedio si stringe.

                Ma alla fine – chiediamo a Billè – perché le piaceva o le piace tanto Ricucci? «Ma perché – è la replica – mi dovrebbe piacere, invece, Della Valle?».