Tra ricatti e disperazione a Pomigliano passa l’accordo

23/06/2010

Nove urne di compensato, dieci cabine di cui una riservata ai disabili. Buona parte del futuro industriale della Campania è andato progressivamente depositandosi dentro cassette di legno chiaro, nelle tredici ore più lunghe, tese, nevrotiche della storia industriale di Pomigliano: alla fine hanno votato in 4642, su 4881 aventi diritto. Il 95%. Le prime1000 schede scrutinate danno, alle 23 e 45, il sì al 76%. Ma lo scrutinio va avanti fino a tarda notte. Sono state tredici ore convulse, un arrevuoto in cui si sono confusi i fini (la salvezza dello stabilimento e il diritto, sacrosanto, a conservare il lavoro) con i mezzi (le rinunce chieste ai lavoratori), la tattica con la strategia, le storie personali con le grandi pulsioni collettive. Il sentimento con la ragione. La speranza con la disperazione di chi si sente all’ultima spiaggia. Il referendum day cade nel secondo giorno d’estate ma, alle sei del mattino, quando le guardie giurate spalancano i cancelli e la prima ondata, circa duemila lavoratori, marca il badge ai tornelli con poco o punto voglia di parlare, fa freddo quasi come a novembre. Due ore d’assemblea a inizio turno, con i capi reparto che spiegano i termini dell’accordo e diffondono un dvd con un lungo intervento del direttore del «Vico», Sebastiano Garofalo. Poi, cominciano le file ai seggi. Dalle 8 alle 10 votano gli addetti a lastratura e verniciatura, dalle 10 alle 12 quelli al montaggio dell’Alfa 159, i centralinisti e gli impiegati, dalle 12 alle 14 i capi. Alla fine del primo turno di lavoro, quando la confusione all’esterno dello stabilimento è prossima al caos, Giovanni Sgambati, segretario regionale della Uilm, si fa largo tra una selva di microfoni e telecamere sventolando un foglietto: «Ottima affluenza, su 2440 aventi diritto hanno votato in 2356». Il 96,5%. Il dato tiene conto anche delle 314 schede votate nel capannone per la logistica di Nola; nella Cayenna in cui Marchionne ha confinato gli «indisciplinati» (quasi tutti orientati per il «no»),hanno fatto le cose in fretta. TESTIMONIANZE E ora Antonio Montella, 48 anni, dall’89 in fabbrica, è qui, davanti ai cancelli a distribuire volantini per il no. Tira fuori la busta paga di maggio, cig a 1088 euro, con tre figli a carico che gli fruttano poco più di 300 euro di assegni familiari: «È l’azienda che vuole la guerra, non i lavoratori. In ventuno anni ho fatto di tutto: sono quello che si dice un jolly. Sono entrato nello stabilimento che le auto cadevano dalle catene di montaggio colpendo gli operai e i muletti andavano ancora a nafta, intasando i polmoni. Ho sempre fatto i tre turni, che problema c’è? A me lavativo non lo dice nessuno: non il signor Marchionne, che evidentemente vuole vedere la gente cadere per terra sfinita a fine turno». Passa Carmela Abbazia, carrellista alla catena di montaggio, 38 anni e tre figli di 18, 16 e 12. «Mi sveglio alle 4 del mattino per prendere il bus alle 5 meno dieci. La macchina? Non me la posso permettere, pago 600 euro al mese di pigione. Io questo posto di lavoro me lo difendo con le unghie e con i denti». I suoi colleghi del primo turno sciamano, tra la folla di attivisti e sindacalisti. Facce tirate, nessuna voglia di parlare. Hanno votato, ma non dicono come. I guaglioni della Fiom, in testa il segretario regionale Massimo Brancato, avvicinano gli ultimi indecisi. «Sarà un risultato a sorpresa», è la convinzione di Mimmo Loffredo, della Rsu aziendale. «Guardate qua – urla un altro delegato dei duri e puri – questo è il plico che ci ha inviato Garofalo: la formazione per la Nuova Panda comincia a settembre, a spese del contribuente perché la Cig continua. Senza rimborsi: chi viene da fuori dovrà arrangiarsi e cavare i soldi per la benzina e l’autostrada dagli 800 euro di cassa integrazione.
E per chi non si presenta, si annunciano sanzioni disciplinari: ma si può accettare tutto questo per ricominciare a lavorare, se tutto va bene, tra 18 – 20 mesi?». L’anziano militante dello Slai Cobas, barba lunga e voce roca, arringa i compagni: «Quando sono entrato all’Alfa Sud, nel ‘72, la prima cosa che mi dissero fu: guaglio’, ‘cca o faticamm o chiudimm. Sono passati 40 anni, e sento dire ancora e sempre la stessa cosa». Dentro, lo schema seguito per il primo turno di lavoro si ripete nel pomeriggio: prima la lastratura e la verniciatura, poi la linea di montaggio della 147 e così via. Alle dieci di sera prova a ragionare Gigino Terracciano, 35 anni di Fiat, oggi segretario Fim: «La vera partita comincerà stanotte, a urne chiuse e risultato acquisito. Il sindacato, tutto, non può fare a meno della Fiom. L’accordo è migliorabile, ora bisogna solo portare la pelle a casa».