Tour operator, rispunta l’idea del polo

11/06/2004





FINANZA
lunedi 07 Giugno 2004
pag. 32


Tour operator, rispunta l’idea del polo


VITTORIA PULEDDA


La "stagione" vera comincia adesso. E un po’ per scaramanzia e un po’ per convinzione, tutti fanno grandi professioni di ottimismo confidando sull’estate per riportare il sereno sui conti delle società specializzate nel turismo. Perché, finora, le cose sembra stiano andando di male in peggio. Tra le quotate, solo I Grandi Viaggi guadagnano (anche se mol, utile operativo e utile netto 2003 sono in calo rispetto al 2002). Per questo, nel settore, periodicamente si affaccia l’ipotesi di un "polo" del turismo. L’ultima versione privilegia, come motore aggregante, gli istituti di credito nei mesi passati l’idea era stata studiata da Sviluppo Italia anzi c’è chi si spinge oltre e quasi giura che Lazard Italia/Banca Intesa stiano ragionando attivamente sul tema, magari insieme ad Unicredito. Del resto entrambi sono creditori (a seconda dei casi anche di qualche importanza) di Viaggi del Ventaglio, di Cit per la quale pare che Lazard abbia anche il mandato a cercare un compratore per la quota di Gandolfi e della Valtur (Banca Intesa ha ristrutturato il debito recentemente). Dunque, l’idea che potrebbero aver avuto è di mettere insieme almeno una parte delle società turistiche, puntando a rafforzarne la struttura facendone crescere le dimensioni.
Del resto, il quadro non è propriamente confortante. Partiamo dal gruppo che fa capo all’Ifil: Alpitour, ha circa un miliardo di euro di fatturato, ma guadagna poco più di 6 milioni; insomma, non drena liquidità ma neanche ne aggiunge alle casse dell’Ifil; tanto che i soliti ben informati delle cose torinesi sostengono che tempo fa sia stato fatto qualche tentativo di vendere il gruppo, senza tuttavia arrivare ad una conclusione perché Ifil chiedeva "troppo".
E Valtur, che si era affidata alla consulenza di Franco Tatò per riportare i conti in ordine? Il gruppo, controllato dalla famiglia Patti, ha chiuso il 2003 con una perdita tale da erodere il capitale sociale oltre il consentito dal Codice civile. I problemi della società che possiede villaggi storici in Italia (da Ostuni a Pila, per citarne un paio a caso) non sembrano essersi risolti con il consolidamento del debito, né aiuta il fatto che le altre attività della famiglia Patti, più industriali separatissime, ma che fanno capo agli stessi personaggi potrebbero dare a loro volta grattacapi: proprio di recente la Fiat, per la quale produce la Cablo Elettra, ha reso noto che intende ampliare il ventaglio dei fornitori e non limitarsi troppo alla società dei Patti.
Sulla crisi di Cit e Viaggi del Ventaglio è persino troppo facile infierire. Quest’ultima, come è noto, ha attraversato un difficilissimo momento, legato ai contratti di copertura sul rischiodollaro, che invece di essere una sorta di assicurazione hanno fatto chiudere il bilancio in rosso, costretto la società ad un aumento di capitale e obbligato la stessa famiglia Colombo a contribuire con 24 milioni di euro (già versati, in acconto al futuro aumento di capitale). Dopo il disastro del bilancio annuale (al 31 ottobre) anche la trimestrale 2004 porta ancora marginalmente le tracce del cataclisma: non solo per quel milione di "incremento delle differenze di cambio passive" ma anche per l’altro milione di euro di svalutazione a fronte delle azioni proprie, che hanno perso terreno in larga misura proprio per la storia dei derivati, definita un «grossissimo infortunio» da parte del presidente del gruppo, Bruno Colombo. Ma ora, il peggio è passato? I vertici dell’azienda sostengono di sì: «Con il piano industriale, che ha comportato anche dolorose cessioni, prevedo un risultato positivo per l’esercizio in corso», continua Colombo. Che, pur senza conferme ufficiali, ha anche provveduto a scegliere un nuovo amministratore delegato (Claudio Calabi, il cui incarico dovrebbe essere formalizzato con il cda del 10 giugno) per rafforzare la struttura manageriale; al manager verrà affiancato in tempi brevi anche un direttore finanziario.
Perché proprio sul versante dei numeri, la situazione sembra tutt’altro che tranquilla: il primo trimestre 2004 per ragioni stagionali il più fiacco per i conti del gruppo si è chiuso con una perdita prima delle imposte di 22 milioni di euro; un risultato che potrebbe aver ulteriormente aggravato il rapporto stellare debito netto/patrimonio netto, che a fine ottobre 2003 (ultimo dato disponibile) era di 10 a uno. Né l’aumento di capitale da 50 milioni di euro, che partirà a fine settembre, servirà a dare totale sicurezza ai possessori del bond da 100 milioni che scade nel maggio 2005. La società ha già dichiarato che a fronte di quella posta c’è un patrimonio immobiliare valutato intorno ai 140 milioni di euro, che si sta già pensando di utilizzare in questa prospettiva. Ma ricorrere all’argenteria di famiglia e forse qualcosa di ancor più strategico, pensando che molti beni sono intrinsecamente legati all’attività del gruppo per pagare i debiti non è segno di grande salute finanziaria, specie se tutto ciò avviene a ridosso di un aumento di capitale.
Futuro difficile e soluzioni complesse anche per Cit. La società ha una posizione finanziaria netta in rosso di 62 milioni di euro a fronte di un patrimonio netto di 26,7 ed ha contabilizzato una perdita di 40 milioni di euro nel 2003 (mentre a metà esercizio, a fronte di un rosso di 26 milioni, contava di migliorare i conti per fine anno). Finalmente incassati i crediti vantati verso Progetto italiano (società peraltro del principale azionista di Cit, Gandolfi) a seguito della vendita di immobili per 56 milioni di euro, e realizzate le altre chiusure e dismissioni, si vedrà se ora la società sarà in grado di andare avanti.