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27/03/2002

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di Carlo Dell’Aringa

In questi ultimi, drammatici giorni, l’attenzione si è spostata da contenuti più di carattere tecnico dei problemi del lavoro a quelli di carattere politico-istituzionale. È paradossale che sia proprio la scomparsa tragica di una persona tranquilla e schiva come Marco Biagi all’origine di questo scontro così aspro. L’attenzione sul merito dei problemi però non è scomparsa e ce lo hanno recentemente ricordato, con i loro interventi, personalità importanti del mondo dell’economia, come i premi Nobel Modigliani, Becker e, da ultimo sul Sole 24 ore di ieri, Mundell. Forse, il fatto di tornare ai contenuti delle questioni affrontate, è il modo migliore per onorare la memoria di Marco. Tutti e tre i Nobel citati sostengono, sia pure con toni e modi diversi, la stessa cosa. L’Europa nel suo insieme, ma soprattutto l’Italia (che, rispetto alla media europea, si trova arretrata), devono fare sforzi ulteriori e consistenti.

In particolare, gli sforzi sono necessari per adeguare la legislazione e le istituzioni che regolano il mercato del lavoro alle nuove realtà del mondo della produzione e che si identificano sempre meno con la figura del lavoratore subordinato a tempo pieno e indeterminato, che invece era la figura dominante fino a poco tempo fa. Il lavoro subordinato a tempo pieno e tempo indeterminato è e sarà sempre la figura di riferimento per tutti coloro che manifestano l’aspirazione a un rapporto di lavoro stabile. Ma la vita lavorativa di un numero crescente di lavoratori non si esaurirà in questo tipo di esperienza. L’autonomia, l’indipendenza da esercitare sul posto di lavoro e la temporaneità del rapporto stanno diventando caratteristiche sempre più presenti nella società e nell’economia in cui viviamo. A monte di questo processo stanno non solo le tecnologie che cambiano velocemente e che influenzano i modi di produzione e lo stesso funzionamento dei mercati, ma le stesse preferenze dei consumatori che si spostano verso consumi più personalizzati e servizi (pubblici e privati) più adeguati alle loro crescenti esigenze. E i consumatori e i lavoratori sono le stesse persone: vogliono il cambiamento, e pertanto si devono adeguare al cambiamento. Questo è il motivo per cui è sbagliato considerare la richiesta di qualche dose ulteriore di flessibilità come una volontà di rendere ancor più precarie le condizioni dei lavoratori. Sono gli stessi lavoratori che – con le loro esigenze e con le loro richieste che riversano, come clienti e consumatori, sul mondo della produzione e del lavoro, sotto forma di miglioramento della qualità/prezzo dei prodotti e servizi – chiedono di fatto maggiore efficienza e un uso parsimonioso ed efficace delle preziose risorse, private e pubbliche, di cui dispone il nostro Paese. Non ci si può opporre a questa tendenza, che fra l’altro si è sempre imposta, in ogni processo di crescita e sarebbe autolesionista cercare di arrestarla. Dopodiché occorre riconoscere quello che molti sostengono e cioè che il bisogno di efficienza non deve farci dimenticare le ragioni dell’equità e che, nel caso specifico del mercato del lavoro, il bisogno di qualche dose ulteriore di flessibilità deve essere soddisfatto di pari passo con riforme incisive nel settore della "security", vale a dire nel settore del sostegno economico dei lavoratori nei casi di crisi aziendale e di stato di disoccupazione. Se si vuole rafforzare la posizione dei lavoratori nel mercato del lavoro (anziché concentrarsi esclusivamente sulla difesa del posto di lavoro), la riforma dei cosiddetti ammortizzatori sociali si impone necessariamente nel nostro Paese e per far questo occorre impegnare le risorse occorrenti. Vi è poi un tema ulteriore che va affrontato, quello delle politiche attive del lavoro e della formazione. È innanzitutto indispensabile disporre di servizi all’impiego che siano efficaci nel far incontrare domanda ed offerta di lavoro e soprattutto in grado di aiutare i disoccupati a trovare posti di lavoro disponibili. Un sano confronto, sul campo, tra agenzie private e servizi pubblici potrà aiutare questi ultimi a uscire dalle secche burocratiche in cui una legislazione troppo vecchia, troppo a lungo li ha relegati. Occorre poi che la formazione e la riqualificazione professionale siano affidate a strutture che conoscano i fabbisogni espressi dal mondo produttivo e che sappiano riconvertire le professionalità obsolete e trasformarle nelle nuove competenze, richieste dalle nuove tecnologie. Le politiche del lavoro sono ormai affidate alle Regioni, e alle Regioni (con gli Enti Locali) spetta questo compito, non facile, ma necessario, di sostenere attivamente i lavoratori nel mercato del lavoro, dotandoli delle informazioni e della formazione necessarie per farsi valere, farsi apprezzare, sfruttare le occasioni migliori. Sapranno le Regioni rispondere a questa cruciale esigenza di innovazione sociale? Nel Libro bianco, si insiste molto sul federalismo delle politiche del lavoro: è considerato un tassello fondamentale per temperare quei possibili effetti negativi, sul piano della insicurezza e della precarietà, che potrebbero derivare da quella maggior flessibilità che si ritiene necessaria per raggiungere gli obiettivi di occupazione che la Comunità ha assegnato a tutti gli Stati membri, e in particolare all’Italia, che da quegli obiettivi è il Paese più lontano.

Mercoledí 27 Marzo 2002