Tornano a Rosarno senza casa né contratto

15/02/2010

Qualcuno torna, ma ha ancora paura. Tornano nelle campagne della Piana di Gioia Tauro alcuni dei ragazzi africani che, circa un mese fa, erano stati allontanati dopo gli scontri con gli abitanti di Rosarno. Vengono a racimolare qualche giornata di lavoro negli stessi campi e alle medesime condizioni di prima: senza contratto e senza casa. “Da tempo stiamo chiedendo al governo un intervento strutturale che contrasti queste piaghe, senza particolari fortune”, dichiara Stefania Crogi, segretaria generale della Flai. Così il 17 febbraio, proprio a Rosarno, le federazioni del comparto agricolo di CGIL, Cisl e Uil terranno un attivo unitario di lavoratori italiani e stranieri. L’obiettivo, spiega la numero uno della Flai, “è riaffermare il principio della legalità in un territorio fortemente contraddistinto dalle infiltrazioni della criminalità organizzata, ma anche riproporre su scala nazionale tutti quei problemi mai risolti, come il caporalato e il lavoro nero in agricoltura”. L’appuntamento sindacale nella cittadina calabrese non è solo l’occasione per “evidenziare le tante Rosarno che esistono dal Nord al Sud”, ma diventa un momento di confronto importante alla luce del recente piano contro l’emersione annunciato dal governo e fortemente criticato dalla Flai. Un’attività ispettiva “assolutamente residuale – accusa Crogi –, perché riguarderà solo un modesto campione di 10.000 aziende agricole, in territori che ne contano oltre 60.000”. Concorda il segretario della Flai di Gioia Tauro, Antonio Calogero: “Il provvedimento non risolve il problema, perché solo nel nostro territorio ci sono 5.000 aziende censite dall’Inps; il piano prevede una quota di 2.000 imprese da controllare in tutta la Calabria, non solo agricole, ma anche edili. Siamo perciò nell’ordinario, anzi, sotto l’ordinario”. Non solo. Il piano per l’emersione previsto da Sacconi, rincara Crogi, non risolve il problema dello sfruttamento dei lavoratori extracomunitari privi del permesso di soggiorno, che “non saranno incentivati a denunciare la loro condizione di schiavi per paura di essere espulsi”.