Torna l’inflazione e non so come difendermi

21/06/2004

    19 Giugno 2004

      Torna l’inflazione e non so come difendermi

        Oreste Pivetta

        Se un marziano sbarcasse sulla terra venticinque anni dopo la sua prima visita, non potrebbe sapere nulla ovviamente dei grandi successi firmati dalle banche centrali nelle politiche di controllo dell’inflazione nell’ultimo ventennio e potrebbe invece constatare i buoni risultati dell’economia americana, risalita presto dal suo slack (gli affari che languono), con il prodotto interno lordo cresciuto in dodici mesi del sette per cento. Dovrebbe però prendere atto che se aumentano i posti di lavoro, lievitano anche i prezzi e quindi si chiederebbe perchè mai i mercati finanziari sembrino tanto infastiditi dall’idea che Alan Greenspan abbia deciso di rialzare a fine mese di un quarto di punto il tasso d’interesse. Si chiederebbe piuttosto perchè la Federal Reserve non sia intervenuta prima e di quanto dovrebbe salire l’interest rate. Il marziano non è nostro, non è quello fiducioso e stupìto sbarcato a Roma grazie ad Ennio Flaiano. Il marziano in questione, dopo aver osservato dall’alto dei cieli tanta instabilità economica (tra indebitamenti, scandali, bolle speculative, come ha commentato Bill Gross, gestore numero uno mondiale di fondi, sul Financial Times) è calato nelle pagine dell’Economist, prestigiosa rivista che dedica copertina, editoriale e alcuni servizi al tema inflazione, annunciato da un titolo inquietante, «Back to the 1970s?», ritorno al 1970, anno simbolo evidentemente di inflazione e di politiche deflattive. A proposito delle quali l’Economist rilegge le parole del predecessore di Greenspan, Paul Volcker: l’unico reale potere di una banca centrale è il potere di creare denaro, ma ultimamente se ne aggiunto un altro, perchè il poter di creare è il poter di distruggere. Money, denaro, naturalmente. L’Economist riferisce anche le tranquillizzanti opinioni di Greenspan (che abbassa assai l’inflazione, più 0,6 per cento, depurandola dai prezzi petroliferi), che sta al pari di Bush in campagna elettorale e quindi deve davanti agli elettori rispondere alle critiche e alle perplessità del candidato Kerry. Ma la citazione di Wolcker rivela l’inquietudine e se l’inquietudine nasce di fronte a un’economia che cammina come quella americana, figurarsi quante ragioni per spaventarsi avrebbe il resto del mondo e quante ancora di più la piccola Italia, al punto che la Banca centrale europea è tornata a manifestare preoccupazione e a minacciare un nuovo aumento del costo del denaro nella zona euro. Anche in Europa più che la moneta unica pesa il petrolio: in maggio i prezzi al consumo sono saliti del 2,5 per cento annuo, ben al di sopra del tetto del due per cento stabilito dalla Bce. Purtroppo l’inflazione in Italia aggiunge qualche punto in percentuale e questa non è una notizia: il 2003 si era chiuso con lo 0,7 per cento in più, quest’anno potrebbe andare peggio. Il guaio è che anche l’economia va male, mentre aumentano i prezzi e questa anomalia del Belpaese è la ragione per cui i rincari si sentono tanti: in una società economicamente asfittica, dove l’occupazione è sempre più qualcosa d’incerto, dove le sicurezze di un tempo (dalla sanità alle pensioni) vengono via via erose, dove il risparmio non paga o addirittura punisce (come è capitato con Parmalat o Cirio), chi finora s’è salvato e ha salvato il bilancio familiare soffre poi ogni colpo in modo pesante…
        C’è una verità assai semplice, che ci trasmettono comunque anche i dati dell’Istat: i redditi più deboli pagano di più degli altri. Non c’è difesa dall’inflazione se le pensioni aumentano meno della verdura e della frutta. Consumi essenziali, non leccornie per golosoni. Aggiungiamo affti , assicurazioni, tariffe pubbliche , eccetera eccetera, un autentica cascata di aumenti sulle famiglie italiane, a stipendio precario o fisso: poco cambia, quanti contratti sono stati rinnovati, quanto hanno pagato i loro adeguamenti gli operai di Melfi?
        Stiamo peggio degli altri. Se poi Berlusconi, come nota anche l’Economist, fa appello alla Bce perchè abbassi il costo del denaro, viene solo da chiedersi per quale politica economica, in un paese la politica economica è stata solo politica delle turbolenze tra gli alleati di governo, condoni, svendite e un biennale braccio di ferro sull’articolo 18. Il marziano dell’Economist, precipitasse a Roma, potrebbe capire poco di fronte al disordine e alla varietà delle medicine e poco potrebbe aiutarci. Ci ha aiutato molto di più l’odiato euro, che finora almeno ci ha impedito un precoce ritorno ai temuti anni settanta.