Torna l’inflazione, crescono i disoccupati, ri-esplodono i derivati

16/12/2009

Scusi, ha visto la ripresa? Difficile individuarla, nella massa di dati solo in parte contraddittori che giungono dai quattro angoli del mondo. Un esempio: il mercato dell’auto nella Ue ha registrato in novembre un balzo del +26,6 rispetto allo stesso mese dell’anno prima; in Italia si è arrivati a +31,2. Basta sapere che quel mese del 2008 è stato il momento di picco della crisi nel settore e che quest’anno l’auto è stata incentivata con dosi mai viste di aiuti pubblici. Standard&Poor prevede che il 2010 – senza o con meno incentivi – sarà «duro», come anche per beni di consumo e alberghi. L’Istat ha visto nel terzo trimestre un aumento delle retribuzioni dell’1,8% rispetto allo stesso periodo del 2008; le spiegazioni tecniche su questo «balzo» – che nessuno riesce a verificare nella propria tasca – sono molto complesse e forse non del tutto attendibili a causa delle forti distorsioni provocate dal massiccio utilizzo della cassa integrazione. Sul versante opposto, secondo Eurostat, l’Italia resta all’11° posto nella classifica del Pil pro capite, calcolato come potere d’acquisto e non in valori monetari. Più concretamente, la disoccupazione del vecchio continente continuerà ad aumentare, fino a raggiungere nel prossimo anno il 10,2%. Una devastazione che colpirà soprattutto giovani tra i 18 e i 24 anni, donne emigranti. In ogni caso, già ora è cresciuta del 40% (+6,5 milioni), toccando i 22,5 milioni di persone. Ma la ripresa, dicono, sta per arrivare. L’indice Zew – che misura la fiducia degli investitori tedeschi – dice l’esatto opposto: è sceso da 51,1 a 50,4 punti, in novembre. Ma si tratta del terzo mese consecutivo in negativo. Peggio è certo andata all’Empire state Index, che misura lo stato di salute della manifattura nello stato di New York.
Qui il crollo è verticale: da 23,5 a 2,4 punti, mentre gli analisti si aspettavano addirittura un lieve aumento. Non basta: il flusso netto di capitali negli Usa (che continuano a finanziare in debito i propri consumi pubblici) è sceso in un mese da 40,7 a 20,7 miliardi di dollari. Dimezzato. Si vede che i mitici «buoni del tesoro» dello zio Sam non sono più ritenuti un porto sicuro contro le tempeste finanziarie. Certamente si può interpretare come un segno di ritrovata salute finanziaria il fatto Well Fargo – quarta banca del paese – voglia restituire i 25 miliardi di aiuti ricevuti dal governo. Cosa che intende fare anche General Motors, che sta però ancora cercando di vendere la svedese Saab; se non ci riuscirà entro capodanno, la chiuderà. Proprio «salute» non sembra… In compenso – si fa per dire – si riaffaccia negliUsa l’inflazione nei prezzi alla produzione (+1,8%), anticipando quindi quella dei prezzi al consumo.
Una conferma indiretta viene dal prezzo del petrolio, risalito oltre i 70 dollari, a dispetto di queste notizie che avrebbero dovuto «raffreddarlo». Ma – ci dicono ogni giorno – almeno il fronte finanziario-bancario della crisi è «stato risanato». Poi arriva Tremonti (ieri) a dirci che «c’è di nuovo una crescita impressionante dei derivati, un multiplo del Pil mondiale». Insomma: «le strutture di controllo non hanno funzionato». Salute!