Torna il “lavoro da donna” una strada senza sbocchi

07/02/2011

Se le potenziali domestiche non accettavano più un rapporto di lavoro che, quando era a pieno tempo e residente, di fatto vincolava fortemente la libertà personale e il controllo del tempo, le potenziali datrici di lavoro avevano perso i codici culturali che rendevano accettabile anche a se stesse questo rapporto, mentre pativano una presenza costante estranea nella loro sfera privata, nella loro intimità.
Il "compromesso" più diffuso e più accettabile per entrambe le parti è stato il lavoro domestico remunerato a ore. L´invecchiamento della popolazione da un lato, l´aumento, per quanto stentato della occupazione femminile dall´altro, specie in assenza di servizi di cura adeguati per numerosità, qualità, orari, hanno tuttavia fatto emergere di nuovo una domanda di lavoro remunerato domestico e di cura. Vi hanno risposto in misura crescente le lavoratrici immigrate, specie nel caso degli orari più lunghi, o quando si tratta di vivere presso la famiglia o la persona per cui si lavora, e quando la richiesta di prestazione è totalizzante: lavoro domestico, di cura, di compagnia – tutto. Le lavoratrici italiane, ormai una minoranza, si sono concentrate prevalentemente nel lavoro domestico a ore, o nel lavoro di cura dei bambini, più gratificante ed anche più leggero di quello nei confronti di persone anziane non autosufficienti.
Ma il lavoro domestico è sempre rimasto una carta di riserva per le donne italiane che non riescono a trovare lavoro; o che lo perdono e non ne trovano un altro, ma non possono permettersi di non guadagnare. Non stupisce, quindi, che, di fronte alla crisi occupazionale che ha fermato quel poco di aumento dell´occupazione femminile che c´era stato nei dieci anni precedenti, e soprattutto di fronte alla perdita di reddito delle famiglie documentata anche dal recente rapporto ISTAT, molte donne italiane in assenza di meglio tornino al tradizionale "lavoro da donna". Esattamente come succede alle donne polacche, rumene, ucraine, filippine, ecc., che, pur avendo spesso un buon livello di istruzione e di qualifica professionale, sanno che in Italia l´unico lavoro che possono trovare facilmente è quello domestico e di cura. Sia nel caso delle donne migranti che di quelle italiane, spesso questo passaggio comporta un faticoso, psicologicamente, riadattamento della propria definizione di sé come lavoratrice, oltre che dei propri progetti.
Le donne migranti, possono vivere il lavoro domestico come un passaggio obbligato nel loro (e della loro famiglia) progetto migratorio, come un prezzo, duro, da pagare per un futuro migliore, in Italia o nel paese d´origine. Per molte donne italiane che vi ritornano, o vi accedono dopo aver invano tentato lavori meno sovrapposti a quanto già fanno a casa propria, è invece più chiaramente una interruzione, una strada senza uscita: dignitosa, certo, ma senza altri sbocchi.
Le iniziative tese a meglio qualificare questo lavoro, quindi a dargli una dignità professionale, sono meritorie. Ma si scontrano con il fatto che ciò che lo rende attraente per i datori di lavoro – soprattutto quando assumono qualcuno che faccia sia il lavoro domestico che quello di cura – è che ad un prezzo contenuto possono ottenere prestazioni polivalenti, così come polivalente è il lavoro domestico non pagato.