Torino. Welfare: così ho votato sette volte

10/10/2007
    mercoledì 10 ottobre 2007

    Pagina I – Torino
    Pagina III – Torino

      Il reportage

        Una mattinata con carta d´identità e busta paga: il racconto di una cronista di "Repubblica"

        Welfare, così ho votato sette volte

          Da via Vipacco a via Barbaroux: la mia beffa ai seggi

            FEDERICA CRAVERO

              Un voto che vale di più, molto di più. Non è lo slogan che i sindacati hanno adottato per il referendum sul protocollo del welfare, ma quello che ieri abbiamo constatato girando nei seggi. E in effetti una crocetta arriva a valere due, tre, quattro, fino a sette volte, come nel nostro caso, a seconda di quanti siano i posti in cui si riesce a votare. Nessun controllo, nessuna vidimazione sulla busta paga. Anzi, abbiamo votato anche senza busta paga.

              Potenzialmente con un po´ di tempo a disposizione e tanta voglia uno potrebbe moltiplicare il proprio suffragio in tutti i 45 seggi della città e, perché no?, anche nei 124 della provincia. A fermare i furbi solo un biglietto, fatto al computer o con il pennarello, appiccicato accanto alle urne, ma nemmeno in tutte: «Si può votare una sola volta» o «Chi ha già votato non può più votare». Un invito morale facile da disattendere.

              La prima tappa è in via Vipacco. Al numero 30 c´è la sede dei pensionati Cgil. Alle 11.10 entro e un signore dietro uno sportello mi chiede la busta paga. Poi mi chiede anche un documento e si assicura che tutti i dati corrispondano al mio volto. Segna nome e cognome sul foglio degli «attivi» (sull´altro ci sono i «pensionati») e mi fa mettere una firma accanto. Tutto a posto, mi consegna un foglietto fotocopiato, una casella per il sì e una per il no. Al fondo ci sono le sigle degli scrutatori, come nelle vere schede elettorali. Ma a differenza delle elezioni qui il voto lo si esprime in piedi. Poi consegno il mio voto e lui lo imbuca in una scatola di cartone. Riprendo documento e busta paga: mi aspettavo che la timbrassero, invece niente.

              Un quarto d´ora dopo sono in via Gessi 17. La scena si ripete, consegno la busta paga ma non mi chiedono più il documento. Scrivono il nome su un foglio e firmo. Poi mi consegnano la scheda e mi accompagnano in una saletta, dove posso barrare la mia casella lontano da occhi indiscreti e imbuco il voto. Per la seconda volta. E sulla busta paga di nuovo nessun timbro che attesti il mio passaggio al seggio.

              Così ci riprovo. Corso Unione Sovietica 165, sono le 11.45. Il signore allo sportello guarda la busta paga e vede l´intestazione della Repubblica. «Giornalista?», chiede. «Sì». «Ma è qui per servizio o per votare?». Beh, per votare. E sono tre.

              Dieci minuti dopo sono nella sede del sindacato pensionati di via De Canal 63. In due minuti faccio vedere lo stipendio, firmo, voto ed esco. Ormai ho imparato la trafila. E per la quarta volta il mio passaggio è registrato solo sulla lista dei votanti. Ma, posto anche che qualcuno si prenda la briga di controllare poi i «doppioni», mica possono togliere a caso una scheda dall´urna?

              Mezzogiorno e cinque. Entro nella sede Cisl di corso Orbassano 203. Questa volta non faccio vedere l´ultima busta paga, ma una più vecchia. L´addetto non fa una piega. E così dimostro che se anche negli altri posti mi avessero messo un timbro, non ci sarebbe voluto molto a votare con i resoconti dello stipendio dei mesi precedenti. Chiedo se è tutto a posto. Sì. Insisto: «Manca qualcosa?». Vorrei un timbro, un segno, qualcosa, invece mi danno una stretta di mano. Almeno sono gentili.

              All´una meno dieci sono in via Pietro Micca 17 al mio sesto seggio, nella sede unitaria del sindacato degli istituti di credito e assicurazioni. Si vantano che a differenza di molti altri seggi qui c´è uno scrutatore per il sì e uno per il no. Già, perché altrove capeggia solo il manifesto del sì, come dire: se non sei d´accordo cosa ci fai qui? Comunque stavolta chiedo espressamente se non sia il caso di mettere un contrassegno per impedire che uno possa poi andare altrove a votare. La risposta è spiazzante: «Altrove lo fanno, ma qui non c´è bisogno». Forse lo fanno nei seggi in fabbrica, d´altra parte chi è che perde mezza mattinata a girarsi in tutti i seggi?

              Provo ancora alla Uil in via San Secondo, alla Cisl in via Bertola e alla Filt in via Nizza, però all´ora di pranzo sono chiusi. Ma la curiosità non si è ancora placata. Così alle 13.30 vado in via Barbaroux 43, alla Cisl. Ho quasi sempre votato senza documento, voglio provare a votare senza busta paga. «L´ho dimenticata», dico. «Non importa, ha un documento?», chiede. Eccolo. E mi invita a prendere del materiale informativo sul referendum: «Ha partecipato a qualche assemblea?». «No, ho letto il dibattito sui giornali». Storce il naso e quasi mi sgrida: «Sarebbe meglio informarsi di più». Ma intanto ho già votato. Per ben sette volte.