Torino. «Uso improprio della flessibilità: riassumete quei 9 collaboratori»

21/03/2005
    domenica 20 marzo 2005

      Pagina V- Torino

      Da Torino una sentenza pilota per i lavoratori a progetto: al centro della disputa un´azienda che vendeva contratti per Tele2
      «Uso improprio della flessibilità
      riassumete quei 9 collaboratori»
      «Chi svolge tutti i giorni lo stesso compito non rientra nella nuova figura»

        VERA SCHIAVAZZI

          I lavoratori ‘a progetto´, una delle nuove figure ‘flessibili´ tra quelle istituite dalle riforma del lavoro, non possono essere considerati tali se il loro lavoro non rappresenta null´altro che la normale attività dell´azienda. In questo caso, si tratta invece di lavoratori dipendenti, che non possono essere licenziati senza giusta causa né tanto meno tutti insieme.

          La sentenza, probabilmente la prima in Italia, capace di creare un importante precedente in un campo dove ancora regna la confusione, è stata firmata dal giudice Paola Malanetto del Tribunale del Lavoro di Torino, chiamata a pronunciarsi sul caso di quindici giovani che nel 2003 e nel 2004 avevano lavorato per la ‘D&B´, una multinazionale che a sua volta commercializza i contratti telefonici di Tele 2. Per nove di loro, il primo gruppo, il magistrato ha ordinato il reintegro e il pagamento degli stipendi che nel frattempo non sono arrivati; sugli altri sei si deciderà nelle prossime settimane.

          I ragazzi e le ragazze che si sono rivolti al giudice, in parte laureati o diplomati, erano promoter e in alcuni casi anche responsabili di stand o di agenzia per la ‘D&B´, un´azienda che ha pochissimi dipendenti e che a sua volta lavora con la massima flessibilità. Dopo aver lavorato nel 2003 con contratti di collaborazione, i quindici erano stati assunti con ‘contratti a progetto´ non appena ciò era stato reso possibile dalle norme applicative della legge Biagi.

          «Ma è improprio definire ‘progetto´ la vendita quotidiana, con strumenti e regole indicati dall´azienda, di contratti che rappresentano il fulcro stesso dell´attività – sottolineano gli avvocati Elena Poli e Giuseppe Civale che li hanno rappresentati – Inoltre, questi giovani avevano un orario, ricevevano richiami disciplinari se non lo rispettavano, utilizzavano per il loro lavoro soltanto mezzi aziendali».

          Nella primavera del 2004, i primi segnali di rivolta: «Vogliamo un aumento di stipendio». A fronte di un guadagno medio di circa 1.00 euro lordi, infatti, i venditori non ricevevano con regolarità gli ‘incentivi´ pattuiti. La reazione dell´azienda non si è fatta attendere, ed i quindici sono stati messi alla porta con un atto unilaterale, dopo un breve incontro. «Un vero peccato – hanno poi spiegato ai loro legali – perché come venditori riuscivano bene».

            Ora il giudice ha dato loro ragione, creando un precedente che potrebbe riguardare da vicino le migliaia di ragazzi che, a Torino e in Piemonte, lavorano ad esempio nei call center. Ma per loro non sarà facile recuperare il denaro: del nuovo mondo della flessibilità fa parte anche l´abitudine di creare aziende ‘leggere´ che in caso di condanna si rivelano poco solvibili.

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            L´IMPRENDITORE
            Dal Poz: ma a noi serve
            «Regole incerte per applicarla»

            «La flessibilità è indispensabile per noi, ma le norme devono essere chiare e fugare ogni dubbio». Alberto Dal Poz, presidente dei Giovani Imprenditori dell´Unione Industriale torinese, commenta così la prima sentenza sull´uso ‘improprio´ dei contratti a progetto.

            Dal Poz, questa legge così discussa funziona o no?

            «Le premesse erano buone, la flessibilità è arrivata, ma come spesso accade in Italia gli strumenti di applicazione sono carenti e difficilissimi da applicare. Anche solo scrivere questi contratti pone molti problemi. Sono il primo a condannare chi li usa scorrettamente, ma in molti casi prevalgono invece dubbi e lacune. E alla fine i danni ricadono sulla competitività delle nostre aziende, e questo non possiamo proprio permettercelo».

            Non crede che, oltre all´uso scorretto, i giovani che se sentono così precari possano lavorare peggio o lasciare rapidamente un´azienda in favore di un´altra?

            «La mobilità non ci preoccupa. Il sistema piemontese è ancora soprattutto manifatturiero, e il fatto che i giovani si spostino è una ricchezza, non un problema. La difficoltà, semmai, è trovarli: nel mio settore, quello dell´auto, assumere addetti per la manutenzione o la progettazione degli stampi è sempre difficile».
            (v. sc.)

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            LA SINDACALISTA
            Lorenzoni: segnale positivo
            «Una sentenza che farà scuola»

            «Quando un gruppo di lavoratori decide di opporsi e di rivolgersi al sindacato è già di per sé un fatto molto importante. E spesso questa scelta che vince la paura porta con sé anche il successo sul piano legale". Vanna Lorenzoni, segretaria della Camera del Lavoro, non nasconde il suo apprezzamento per una sentenza che potrebbe «fare scuola».

            Lorenzoni, si tratta di casi isolati o di una realtà più vasta?

            «A rivolgersi agli avvocati, che per altro lavorano da molti anni a fianco del sindacato su questo terreno, per impugnare i nuovi contratti e il loro uso distorto fino ad oggi ci sono pochi addetti. Ma sappiamo che distorsioni come quella che ha appena visto il pronunciamento del giudice sono molto numerose, ed è importante che tutti i lavoratori, anche quelli meno strutturati, conoscano i loro diritti e comprendano che chiunque, può opporsi ad una situazione di illegalità».

            Gli imprenditori dicono che la colpa è di regole troppo complicate…

            «Le regole ci sono e vanno rispettate, la loro complessità non è una scusante. Noi ci siamo battuti contro questa legge e continueremo a farlo, ciò non toglie però che fino a quando è in vigore debba essere rispettata, anche in un quadro di corretti rapporti tra imprenditori e sindacati».
            (v.sch.)