Torino, un futuro senza auto? “Ma la città sopravviverà” -6-

21/10/2002

19 OTTOBRE 2002

 
 
Pagina 7 – Economia
 
 
CITTÀ SOTTO CHOC
Se cade la Fiat "finiranno tecnologie e conoscenze"
Tramonta l´ultimo quartier generale di una multinazionale

Torino, un futuro senza auto? "Ma la città sopravviverà"
          Il sindaco Chiamparino: "Cosa succede se fra due anni la Gm chiede altri 8.000 esuberi come fece con la Daewoo?"
          Fruttero: "Mi fa venire in mente la Firenze degli anni ´30 e di Montale. Una cosa meravigliosa di cui non resta più niente"

          FEDERICO RAMPINI

          TORINO – «La ferita irrimediabile che la scomparsa della Fiat può infliggere a Torino è la perdita di ruolo strategico e di peso politico. I costi sociali si possono limitare ma il punto fondamentale è che senza la Fiat Torino non è più il quartier generale di una multinazionale, la più grande e forse l´ultima d´Italia. Questo significa interrompere flussi di persone, tecnologie, conoscenze, relazioni internazionali ad alto livello». Il sociologo torinese Arnaldo Bagnasco rivela l´angoscia esistenziale che stringe Torino mentre si interroga sul proprio futuro nel dopo-Fiat. Come nel 1864 quando Firenze divenne capitale d´Italia, oggi Torino rivive l´incubo di un declassamento senza appello, la perdita di quel magico alone che sprigiona la parola «città-capitale». Essere stata per un secolo la sede della più grande industria nazionale ha voluto dire tanto: potere economico, un´influenza enorme su Roma, dalle politiche di bilancio agli affari esteri, la qualità della élite intellettuale, un´idea di sé e del proprio ruolo-ponte fra l´Italia e l´Europa, fra l´Italia e l´America, tutta l´eredità migliore del cosmopolitismo di casa Agnelli.
          E´ inevitabile la decadenza? Dopo un secolo di mono-vocazione industriale una parte delle risposte Torino continua a cercarle disperatamente nella Fiat: molto dipende ancora dagli esiti che avrà la sua crisi. Può fallire prima dell´appuntamento del 2004 con la General Motors? La Gm cerca la scappatoia giuridica per non acquistarla? «E se gli americani alzano ancora la posta? – si interroga il sindaco Sergio Chiamparino – Se tra due anni chiedono altri 8.000 esuberi?» Tutti pensano alla Daewoo, l´azienda coreana di cui Gm si è comprata solo i bocconi pregiati, e dopo averla fatta fallire. Il presidente dell´Unione Industriali Sergio Pininfarina avverte: «All´inizio Gm non avrà interesse a disperdere il patrimonio di professionalità che c´è qui. Ma questo patrimonio va intrattenuto, non è una rendita vitalizia».
          Rodolfo Zich, l´ex rettore che ha rinnovato il Politecnico, oggi dirige Torino Internazionale: un´associazione-pensatoio che riunisce istituzioni e privati per costruire il futuro della città. Secondo lui «il dopo-Fiat in realtà è iniziato da dieci anni perché nessun´altra città in Italia sta subendo una trasformazione radicale come la nostra». Nella sola Torino la Fiat Auto è franata da 130.000 dipendenti negli anni 80 a 16.000 attuali (di cui un terzo in cassa integrazione). Un crollo di queste dimensioni si traduce in una implosione demografica. Torino ha raddoppiato la sua popolazione dal dopoguerra alla metà degli anni 70, quando raggiunse un massimo di un milione e 200.000 abitanti. Poi è cominciata l´emorragìa, oggi è ridiscesa a 800.000 abitanti, tra un decennio sarà sotto i 700.000 residenti: più piccola che nel 1950. E molto più vecchia. Spariranno 200.000 giovani sotto i 35 anni, aumenteranno solo gli ultraottantenni. L´implosione già si percepisce nella vita quotidiana. La Stampa al suo apice vendeva in città 120.000 copie, oggi la metà. Le case costano molto meno che a Milano, a Mirafiori si abbattono caseggiati popolari. Nei quartieri di San Salvario e Porta Palazzo il vuoto di torinesi è «riempito» da marocchini, senegalesi, nigeriani, albanesi. La demografia calante fa da ammortizzatore sociale, se ci fossero gli stessi abitanti di vent´anni fa i licenziamenti della Fiat avrebbero fatto salire la disoccupazione a livelli intollerabili. Ma che speranza ha una città che perde risorse umane, e forse la sua azienda dominante?
          Il segretario dei Ds Pietro Marcenaro, ex operaio e sindacalista, in contrasto coi tempi ha fiducia: «Torino senza la Fiat avrà un futuro: si chiama automobile. Non è una battuta. Le cose più importanti in questa città continuano ad avvenire dentro l´industria. I Giugiaro, Pininfarina e Bertone hanno dimostrato che c´è un distretto di eccellenza nel design, capace di prosperare con le case straniere. Dietro di loro c´è un esercito di piccole aziende competitive che producono componenti per auto e hanno smesso di essere solo un «indotto-Fiat». Il Politecnico ha appena inaugurato il corso di laurea di ingegneria dell´auto». Torino come una Silicon Valley dell´automobile: le ferraglie vadano pure a farle in Cina purchè resti qui il lavoro intelligente, creativo, e meglio pagato. Può sembrare un ottimismo visionario nell´atmosfera turbata di questi giorni. Ma la storia gli dà qualche ragione. La Fiat non è nata qui per caso come una nave che butta l´ancora in un porto: è cresciuta come una quercia con radici in un tessuto industriale più antico di lei. All´inizio del secolo – prima che il vecchio Giovanni Agnelli le fagocitasse – qui c´erano decine di case automobilistiche tra cui le celebri Itala, Rapid, Aquila, Lancia, e la Società piemontese automobili: nel 1911 la Fiat aveva 6.500 operai ma Torino era una fungaia di stabilimenti e capannoni con 28.000 metalmeccanici. La caricatura dei torinesi disciplinati e gerarchici arruolati sotto le bandiere sabaude della monarchia Fiat, è imprecisa e ingenerosa. Il talento industriale è vivo e vegeto anche fuori dall´auto: Torino è una delle città leader nel software e nei servizi informatici (140.000 addetti), con il Politecnico Zich ha attirato qui i centri di ricerca della multinazionale americana Motorola.
          Le Olimpiadi invernali del 2006 funzionano da catalizzatore per grandi progetti infrastrutturali che possono salvare Torino: ci sarà finalmente il metrò, una nuova tangenziale, la ferrovia ad alta velocità tra Milano e Lione. «25 anni fa il treno praticamente si fermava a Torino» ricorda Marcenaro. «Le pessime vie d´accesso ci hanno soffocato, ora tutto sta cambiando» dice Bagnasco. «Dal 1961, dai lavori per il centenario dell´Unità d´Italia, qui non si faceva più architettura – dice il direttore dell´Agenzia Torino 2006, Mimmo Arcidiacono – adesso attiriamo i più grandi architetti del mondo: Gae Aulenti e Arnaldo De Bernardi rifanno il Palavela, Hok e Zoppini il nuovo Palasport al Lingotto».
          Basteranno le Olimpiadi a invertire quel senso di ineluttabile decadenza che si respira da anni? «Nella vita culturale è difficile colmare il vuoto che si è creato quando Einaudi è diventata una filiale di Milano – dice lo scrittore Carlo Fruttero – ; di lì irradiava una ricchezza politica e intellettuale dai tempi dell´antifascismo di Gobetti. Torino mi fa venire in mente la Firenze degli anni 30 e di Eugenio Montale: una cosa meravigliosa di cui non resta più niente». Il paesaggio torinese è pieno di presagi di un destino decadente, tracce di ambizioni fallite: come la monorotaia per un treno alla «giapponese» costruita nel quartiere Italia 61, un residuo delle celebrazioni dell´Unità d´Italia ridotto a rottame, reperto dei sogni di una modernizzazione già fallita una volta. O il nuovo e bellissimo Museo del cinema, che però crudelmente ricorda quel che accadde un secolo fa: il cinematografo nacque qui, con l´auto e il telefono. E se ne andò altrove.
          Come dice Bagnasco non si sostituisce facilmente una multinazionale Fiat con 130 filiali all´estero e 140.000 dipendenti in giro per il mondo: è una fucina di classe dirigente che mille piccole imprese geniali non potranno surrogare. Così come non possono fare ricerca, innovazione, formazione. Quello che accade a Torino è il dramma di una grande e nobile città, e ci interpella tutti perché è una metafora dell´Italia. «La crisi Fiat mette in scena la decadenza industriale del paese – dice il sociologo Luciano Gallino – è la storia di un paese di talenti e di inventiva che non riesce a durare negli anni. Si ripete come un ciclo inesorabile: qui si inventano cose importanti, si sviluppano, deperiscono e infine muoiono. Non riusciamo a liberarci da questo destino, e ci fa sempre più marginali».
          (6 – Fine)
          (le precedenti puntate sono state pubblicate il 12, 13, 14, 16 e 18 ottobre)