Torino. «Più soldi nel carrello di cassiere e commessi»

07/11/2007
    mercoledì 7 novembre 2007

      Pagina 69 – Torino cronaca

        il caso
        Ieri il presidio in attesa dello sciopero

          “Più soldi nel carrello
          di cassiere e commessi”

            Il contratto del commercio è scaduto, richiesta di 78 euro

              MARINA CASSI

              Più salario nel carrello». Il cartello dice tutto. Dice della rabbia e delle frustrazione di una categoria, quella del commercio, che da un anno aspetta il rinnovo del biennio economico del contratto: richiesta 78 euro per il 4° livello, la metà per i tantissimi part time che ormai caratterizzano la categoria.

              Sono in 150 mila tra Torino e provincia gli addetti di un settore mosaico fatto di cassiere di centri commerciali e commesse di negozietti di periferia, di informatici chissà perché finiti con macellai e dipendenti delle agenzie corse.

              Ieri se ne stavano tutti insieme, malgrado le mille differenze, in via Garibaldi per un presidio in preparazione dello sciopero del 17. Quel sabato, Cgil, Cisl, Uil di settore chiameranno i lavoratori allo sciopero nella speranza di sbloccare la trattativa con la Confcommercio. Andranno in corteo alla sede dell’Ascom alla quale domandano: «A che serve sfilare il 1° Maggio se poi si nega il contratto ai propri dipendenti?».

              Nel presidio si intrecciano storie di vite grame, di stipendi giudicati buoni se arrivano a 1000-1100 euro, di orari lunghi, di domeniche lavorate mentre a casa ci sono i figli, di part time che inchiodano ai 600 euro. Insomma, il volto terziario del disagio economico denunciato dalla tute blu la scorsa settimana.

              Domenico Santoro è un privilegiato: commesso per 38 ore a settimana, tempo indeterminato, 10 anni di anzianità, mille euro al mese in un Gs della Crocetta. Non si lamenta; dice che i nuovi assunti stanno molto peggio. E Bruna Scundi, che a 26 anni è apprendista al Bennet, conferma: «Io di euro ne porto a casa 600. Entro tra le 16 e le 17 e esco alle 20,30. Lo vorrei il tempo pieno, ma non me lo danno».

              Quello del part time è uno dei problemi più sentiti. Lo sa anche Cristina Fedrigo, da 9 anni alla Rinascente: «Se sei a metà tempo prendi una miseria anche se lavori sabato e domenica. Adesso poi ai ragazzi nuovi assunti chiedono di lavorare la domenica senza indennità e senza straordinario, recuperano in un giorno della settimana».

              E i sindacalisti contestano i tempi di una società che non tiene conto di chi lavora nel commercio: «Scuole e asili chiudono il sabato e le madri commesse? E perché il Comune consente le aperture alla domenica con tanta larghezza?».

              Nel presidio si aggirano due residuati degli anni d’oro dell’informatica. Sospirano Roberto Schiumarini e Roberto Spedicato della Altran: «Noi siamo stati autentici privilegiati. Avevamo integrativi e benefit. Poi la sbornia dell’anno 2000 è svanita e noi ci ritroviamo con 1.500 euro, che sono tanti per questa categoria, ma che per i giovani, inquadrati al 3° livello anche se laureati, scendono a 1050».

              E ci sono due ragazze così profondamente arrabbiate, Carmen e Roberta. Lavorano in una agenzia di scommesse ippiche: «Non abbiamo diritti. Sappiamo l’orario della settimana successiva solo il sabato, siamo lì sempre, fine settimana compresi a fronteggiare code di persone a maneggiare migliaia di euro. E se manca qualcosa lo mettiamo di tasca nostra. Tutto questo per 600 euro per 20 ore o 750 per 25».