Torino. Nel carrello un pezzo di Francia

05/11/2001



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Torino

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Nel carrello un pezzo di Francia
Da Auchan a Carrefour, la spesa è business transalpino
Una specie di invasione che ha arruolato in poco tempo marchi come Gs, Dì per Dì, Continente

MAURIZIO CROSETTI


Gewürztraminer alsaziano a lire undicimila, non male. In negozio, per una bottiglia così si spende almeno il triplo. Anche l’offerta della Fourme d’Ambert, il "blue" che assomiglia al Roquefort ma che è rotondo e un po’ più morbido, è allettante, tenendo poi conto che sta benissimo insieme al gewürztraminer di cui sopra. E non è la settimana gastronomica francese, è semplicemente Auchan.
C’è sempre più erre moscia nel carrello dei torinesi, che forse non sanno quanta Francia stiano facendo passare sotto i lettori ottici degli ipermercati. Il primo Auchan (che oggi fa parte dell’italianissimo Gruppo Rinascente) è arrivato nell’82, invece Carrefour ha acquistato il marchio Continente nel ‘99, e da allora la marsigliese è diventata più che una musichetta di sottofondo. Anche se poi, telefonando a uno qualsiasi dei cinque ipermercati Carrefour di Torino, il cliente in attesa ascolterà il Bolero di Ravel nonché la voce di una gentile signorina intenta a chiedere di restare in attesa, e lo farà in italiano e in francese.
Carrefour non significa solo l’insegna che ha preso il posto di Continente, peraltro già dei francesi di Promodès da quando questi ultimi rilevarono Garosci. Carrefour è anche Gs, Dì per Dì, Docks Market e Gross Iper. In tutto il Piemonte, 334 punti vendita della stessa catena, così suddivisi: 9 ipermercati Carrefour, 59 supermercati Gs, 258 Dì per Dì e 8 punti cash, cioè Iper Gross e Docks Market. A livello nazionale, in tutto sono 925.
Una specie di invasione, anche se la multinazionale con sede a Parigi non vuole arrotare troppo l’accento. «La nostra strategia commerciale è il rispetto dei prodotti locali» dice Sonia Augenti dell’ufficio relazioni esterne. «Puntiamo sulla tipicità, la quale può benissimo essere esportata. Carrefour vende in trentuno nazioni, e nulla vieta di portare l’uva pugliese in Grecia o il formaggio greco in Spagna. Anzi, abbiamo appena raggiunto un accordo con i produttori pugliesi e siciliani per l’acquisto di 23 mila tonnellate di uva da vendere in tutta Europa». Per contratto, almeno il quindici per cento dei prodotti sugli scaffali dev’essere locale, ma poi si sa che il cliente cerca non solo di risparmiare, ma di mettere nel carrello qualcosa di sfizioso e diverso, specialmente quando si tratta di cibo e bevande. «Da noi si trova tutto, ma non ci sentiamo un pezzo di Francia a Torino».
È lo stesso ragionamento di Auchan, 25 mila metri quadrati commerciali a Torino, primo marchio francese sbarcato su vasta scala nella terra dei grissini e del gianduiotto, estrema attenzione ai localismi e al prodotto biologico di filiera, però certificato da un ente esterno. Qui, per capirci, veniva Zinedine Zidane nelle sue prime settimane juventine, lui e la moglie ad annusare un pezzo di casa nel reparto formaggi. Anche senza Zidane, da Auchan è ancora possibile sentirsi in Francia. C’è, ad esempio, una notevole attenzione per l’abbigliamento bambini, capi graziosi a cifre normali. Ed è proprio questo il reparto più visitato dalle mamme torinesi. Come nel caso di Carrefour, anche per Auchan c’è stato uno spostamento di pacchetti azionari e un’acquisizione su vasta scala. Quest’anno si è completata la trasformazione in Auchan dei punti vendita Città Mercato, per arrivare a 35 ipermercati in tutta Italia con altri 58 affiliati e un fatturato di 2.650 milioni di euro. A Torino e cintura, Auchan è in corso Romania, a Venaria e a Rivoli. Una grossa costola del Gruppo Rinascente, con i suoi 1.358 punti vendita e oltre 30 mila dipendenti. Un processo di espansione a macchia, fisico e non solo simbolico: l’esempio più visibile è proprio Auchan di corso Romania, all’imbocco della TorinoMilano, dove l’area commerciale (9 mila metri quadrati, 276 miliardi di fatturato nel 2000, 3.199.000 clienti) sta mangiandosi la terra attorno, fino a configurarsi come una città in miniatura dotata di servizi esterni e interni, il centro auto, il ristorante, persino una terrazza panoramica con vista sulla tangenziale e sulle due torri gemelle della Falchera. Un paesaggio urbano che la sera s’illumina come se ogni giorno fosse la vigilia di Natale e che diffonde l’imperativo «aperti sempre», comprese molte domeniche. E sotto il tetto di questa specie di gran capannone dei consumi, non solo l’ipermercato dove tutti i dipendenti vestono la divisa biancorossa e le hostess sfrecciano su pattini a rotelle, ci sono pure i negozi a tema, sul modello dei "mall" americani, e ovviamente il selfservice. Sembra quella vecchia pubblicità girata da Woody Allen, dove la famiglia nasceva e viveva sempre dentro lo stesso ipermercato.

Ma perché i carrelli della spesa francesi sono rotolati fin qui? Dicono in Regione che altri dormono (i tedeschi soprattutto) e questi no. Hanno i soldi, si presentano, investono. E la tendenza non si ferma. Nell’ultimo megaprogetto commerciale legato al MondoJuve di Vinovo, dovrebbe toccare proprio ad Auchan la parte da protagonista. Rischi di monopolio? Non ancora, ma di certo la piccola e media distribuzione tremano. Perché gli italofrancesi ci sanno fare, hanno quel pizzico di fascino che solletica noi vicini di casa, e sanno reagire alle avversità. Basti vedere come sono usciti da mucca pazza. L’anno scorso, i reparti macelleria con l’erre moscia erano pieni di carne invenduta, oggi espongono marchi piemontesi, e nel carrello (italiano) riprendono a cadere pezzi d’arrosto grandi così.