Torino. Marvin, scaffali vuoti e mugugni

07/10/2003

 Torino

martedì 7 ottobre 2003
Pagina V
 
 
Le difficoltà dello storico marchio torinese nel settore foto e elettronica
Marvin, scaffali vuoti e mugugni
Ai clienti non si garantisce l´arrivo di altra merce
          Ordine al personale: vietato parlare ai giornalisti
          DIEGO LONGHIN

          "Prima rata 2004, 18 mesi ad interessi zero". La scritta è allettante. Campeggia su tutte le vetrine tra piazzetta Lagrange e via Guarini, sede centrale di Marvin e quartier generale di Mario Martucci, amministratore unico della Mpm, società che controlla lo storico marchio torinese. E´ lunedì pomeriggio, da qualche minuto si sono alzate le saracinesche del negozio e fra pochi giorni, al Palagiustizia, ci sarà la prima udienza per l´ipotesi del fallimento in proprio. Ma la "vita" all´interno del centro continua. I commessi sono al loro posto, pronti a rispondere a qualsiasi domanda dei clienti. Compresa quella più scottante: «Ma è vero che state per fallire?». «No, assolutamente», rassicurano. Non dicono di più. Le bocche sono cucite. Ordini della direzione, di Mario Martucci in persona, che ha appena emanato una circolare. Cinque righe in cui si dice che la notizia pubblicata da "Repubblica" «non ha fondamento» e che «è vietato parlare con qualsiasi giornalista». L´imbarazzo cresce però quando si comincia a chiedere informazioni sui prodotti. Ad iniziare magari dai cellulari. Pochi modelli e pochi pezzi. «Ci devono arrivare, questione di giorni». Stessa musica al reparto fotografia, un punto di riferimento per decenni degli amanti dello scatto. Dietro al bancone due venditori e, alle loro spalle, reflex, compatte e digitali. Anche qui l´assortimento lascia un po´ a desiderare, come il colpo d´occhio. Lo spazio sui ripiani non manca e le macchine sono disposte a mezzo metro l´una dall´altra. Il cliente si butta sul digitale. Due modelli medi, circa 300 euro di spesa. «Posso venire verso fine settimana a prenderla?». L´addetto fa una smorfia. «Meglio che telefoni prima, sono gli ultimi pezzi, potrebbero finire». Lo scaffale è quasi vuoto, così come quello delle schede digitali e delle pellicole. L´altro commesso parla con un fornitore: «No, non ti preoccupare, non è vero, figurati se chiudiamo. E´ tutto falso». «Va bene, però devo mandare un fax, ho bisogno di un´autorizzazione». Nel seminterrato c´è il reparto hi-fi, tv e computer. Poca la gente. Il cliente chiede una banale cartuccia per stampante, ma si sente rispondere che «manca». «Se ripasso fra qualche giorno?», prova a ribattere. «No, per quel modello non mi arrivano». Inutile insistere. Gli anni d´oro di "Grande Marvin" sembrano proprio passati. I tempi in cui c´erano persone disposte a farsi centinaia di chilometri pur di acquistare una macchina fotografica in piazzetta Lagrange. Ora toccherà al tribunale decidere il futuro di questo storico marchio visto il buco di circa 5 milioni di euro. Troppi debiti, troppa concorrenza. Preoccupati i sindacati per la sorte dei circa cento dipendenti e per il futuro del commercio a Torino. «L´idea che il terziario potesse assorbire l´occupazione persa nell´industria si è rilevata infondata. Sarebbe utile un confronto urgente con Regione e Comune perché anche nel commercio ci si trova ad affrontare gravi problemi occupazionali», denuncia Giuseppe Melillo, segretario provinciale della Filcams Cgil.