Torino. L’esercito delle 30mila «colf»

08/06/2007
    venerdì 8 giugno 2007

    Prima Pagina (segue a pagina XI) – Torino

      LA STORIA

        Sogni e delusioni alla prima assemblea della categoria
        Sette su 10 sono straniere

          L’esercito delle 30mila «colf»

          Sono quasi 30mila in tutto il Torinese: pagamenti in nero e pochi diritti

            Federica Cravero

              Regolari e in nero, romene e peruviane, baby sitter, colf e badanti ieri si sono date appuntamento per la loro prima assemblea provinciale. Si sono ritrovate in una cinquantina (ma c´erano anche un paio di uomini) nella sala di via Pedrotti per discutere di diritti e per conoscere il nuovo contratto di lavoro firmato a febbraio. Certo si tratta di una minima percentuale di quell´esercito di donne che ogni mattino esce per andare a lavorare a ore nelle case dei torinesi, prendersi cura di anziani e bambini. Si stima che in tutta la provincia siano tra le 28 e le 30mila le collaboratrici domestiche, il 70 per cento straniere, le altre italiane, spesso escluse dal mercato del lavoro tradizionale. In più se si considera che oltre la metà lavora in nero e che molti datori non rispettano le ore di permesso dovute, ecco che la loro presenza nella sede della Cigl per la loro prima assemblea diventa già un successo. E un´occasione per mettere a fuoco sogni e delusione di un mestiere.

              «Abbiamo scelto il giovedì perché è il giorno in cui le lavoratrici hanno solitamente la mezza giornata di riposo oltre alla domenica – afferma Ramona Campari, dirigente nazionale della Filcams – Ma uno dei problemi che denunciano più spesso è proprio la difficoltà di farsi riconoscere ferie, riposi, permessi e straordinari. Sono lavoratrici che vivono ai margini dei diritti». Teresa è peruviana, è andata a trovare i suoi figli a casa. Avrebbe dovuto fermarsi un mese, ma dopo due settimane un´amica le ha telefonato perché il suo datore di lavoro aveva preso un´altra: lei è tornata col primo volo, ma il lavoro non l´ha più avuto. Luisa viene dall´Ecuador, il suo datore di lavoro la voleva assumere, ma a patto che lei firmasse un foglio in cui rinunciava ad avere un bambino. «Non l´ho fatto e mi ha licenziata», racconta.

              A febbraio il rinnovo del contratto ha portato una grande novità: «Per la prima volta è stata riconosciuto il ruolo del badante – dice Ramona Campari – In questo modo si cerca di regolarizzare una figura diventata importantissima per le famiglie, non solo per quelle abbienti». Il contratto ha elevato di molto (450 euro in più) i minimi salariali, adeguandosi a quanto effettivamente già pagato dai datori di lavoro: in media 850 euro per una collaboratrice fissa con vitto e alloggio, 1.200 se l´assistito non è autosufficiente. Per chi non convive la paga oraria varia, a seconda delle mansioni, da un minimo di 4 euro a un massimo di 7,10 euro, mentre con il vecchio contratto si andava da 3,25 a 5,87 euro l´ora.

              Dal primo gennaio la Filcams-Cgil ha istituito in via Pedrotti 5 uno sportello informativo al quale in questi mesi si sono rivolte circa 150 persone per conoscere i propri diritti, dal Tfr agli scatti di anzianità, dalle malattie agli infortuni, e sfogare lo stress fisico e psicologico che questi lavori comportano. Quello delle colf, infatti, è un esercito complesso e multiforme: c´è chi lo vive come una professione stabile e chi come un´occupazione transitoria in attesa di tornare in patria o cercare un lavoro migliore, chi vuole essere regolarizzata, chi preferisce guadagnare qualcosa in più in nero e chi si è ammalata per non aver dormito per mesi interi accanto ad anziani moribondi. Come Maria Salagean, 54 anni, arrivata 8 anni fa dalla Romania, che parte al mattino col primo metro delle 5.30 e torna la sera alle 9 passate dopo aver fatto pulizie in uffici per metà giornata e accudito un´anziana donna per l´altra metà. «Ho cresciuto i miei figli al telefono – racconta – Per cinque anni ho accudito due anziani che poi sono morti, poi ho trovato un anziano che mi ha anche picchiata. Non è facile, mi piacerebbe fare un lavoro migliore. In Romania ero una contabile. Ma alla fine sto meglio qui, mi sento già un po´ italiana».