Torino. “Intervista” F.Dardanello (Confcommercio): «Non è un settore in salute»

27/05/2004

TORINO

GIOVEDÌ 27 MAGGIO 2004

 
 
Pagina XVII
 
 
INTERVISTA
a Ferruccio Dardanello, presidente Confcommercio regionale
Ma Confcommercio frena
"Non è un settore in salute"
I dati Inps sono chiari: nei primi 48 mesi di attività trenta esercizi su cento chiudono i battenti
Troppa gente s´inventa commerciante dal nulla: servono altre regole per garantire di più la professionalità
La legge approvata è utile, rallenterà lo sbarco della grande distribuzione, ma è arrivata troppo tardi

DIEGO LONGHIN


    Ferruccio Dardanello, presidente della Confcommercio regionale, negli ultimi quattro anni 5mila negozi in più. Segno che il commercio tradizionale gode di buona salute, concorda?
    «Il numero dei negozi aumenta, ma lo stato di salute del commercio non si misura solo con la crescita dei punti vendita. Il rapporto nuove attività-chiusure, da solo, serve a comprendere solo una parte di un mondo variegato come quello della distribuzione. Bisogna tenere d´occhio anche altri indicatori per capire come si muove il settore».
    Quali?
    «I livelli di turnazione, per esempio. I dati Inps parlano chiaro: Il 5-6 per cento del totale dei negozi ogni anno subisce un cambio di proprietà. Nei primi quattro anni di vita il 30 per cento delle nuove attività chiude».
    Il saldo però rimane positivo, no?
    «Forse è una questione di quantità più che di qualità. Un effetto generato dalla riforma Bersani, che ha liberalizzato il settore e dalla crisi industriale del territorio che ha provocato l´espulsione dal mercato del lavoro di molte persone».
    Vorreste più vincoli?
    «Vorremmo che fosse garantita la professionalità. Oggi, tranne che nel segmento alimentare, non vengono poste particolari barriere a chi vuole aprire un negozio e molti si "inventano" commercianti. I cinquemila negozi in più sono figli di una deindustrializzazione e di una terziarizzazione dell´economia. Un risultato diverso sarebbe stato impossibile».
    Una parte consistente di quel 30 per cento che chiude poi l´attività?
    «Purtroppo non ci sono dati statistici ed è difficile sapere quanti sono gli ex dipendenti provenienti da altri settori che hanno bruciato liquidazione e risparmi di una vita per aprire un´attività commerciale. Ma il fenomeno esiste. Sono persone che scoprono in ritardo che per gestire un negozio, per quanto piccolo, sono indispensabili competenze che non si acquisiscono dalla sera alla mattina».
    Ed in più aumenta anche la concorrenza, soprattutto della grande distribuzione. Ipermercati e centri commerciali raddoppiati negli ultimi anni. La nuova legge regionale servirà a mettere un freno?
    «Norme che sono arrivate in ritardo, anche se introducono parametri di insediamento più equilibrati rispetto al passato. In Piemonte negli ultimi anni c´è stato uno sbarco senza precedenti e nel 2003 si è assistito a una corsa nelle domande per nuove aperture, 64 contro le 27 del 2002. Su quelle non si può più intervenire e tra il 2005 e il 2006 vedremo tagliare il nastro di tante altre mega strutture con un raddoppio delle superfici di vendita. Questa legge è comunque utile, pone dei vincoli, anche se non esclude la possibilità di vedere nascere altri centri commerciali in futuro».