Torino. In carcere chi fa mobbing

27/09/2001

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Torino

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In carcere chi fa mobbing
Fra pochi mesi primi processi in tribunale
Una sentenza della Cassazione ha
spianato la strada verso condanne
più pesanti rispetto a passato


«Il 2000-2001 è stato il biennio delle prime indagini sul mobbing. Le denunce sono in continuo aumento, soprattutto da parte di lavoratrici. Ormai abbiamo aperto una cinquantina di fascicoli, e ne stiamo chiudendo una ventina. Nel 2002 cominceranno i processi». L’annuncio l’ha dato ieri il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello, in un seminario del Comitato pari opportunità dell’Università. Ma la novità più importante è che, per la prima volta, i colpevoli finiranno in carcere. Guariniello ha «scoperto» alcuni reati finora mai contestati ai responsabili di quel complesso di comportamenti persecutorii che oggi chiamiamo mobbing. «In mancanza di una figura di reato ad hoc – spiega il pm – ci dobbiamo arrangiare con quelle previste dal nostro Codice penale del 1930. Che però – basta saperlo leggere – è pieno di risorse nascoste». Ecco così saltar fuori una serie di reati da aggiungere alle classiche lesioni colpose (articolo 590) per mandare i colpevoli in carcere per un bel po’. Non solo i manager e i capi e capetti, ma anche i titolari delle aziende.
Le lesioni colpose sono punibili al massimo con 6 mesi, pena che non comporta il carcere, per via della sospensione condizionale e dell’affidamento ai servizi sociali (che salva dal carcere i condannati fino a 3 anni). Ma ora Guariniello contesta anche l’art. 586 («lesioni come conseguenza di altro delitto doloso»), che aumenta la pena fino a un terzo. E, in certi casi, le lesioni dolose (art. 582: pena massima, 3 anni). Ma una sentenza della Cassazione gli ha spalancato nuovi orizzonti sanzionatorii: la Corte, nel marzo 2001, ha condannato un imprenditore e un suo dirigente (a 4 e 5 anni) per maltrattamenti su alcuni dipendenti tormentati dal dirigente. E ha ricordato che il reato di maltrattamenti (art. 572) non si applica solo alle molestie in famiglia, ma anche a quelle in azienda, quando il padrone o il dirigente perseguita «una persona sottoposta alla sua autorità» con «una serie di atti volontari ripetuti che producono sofferenza fisica e morale lesiva della dignità della persona». E cosa sono i maltrattamenti in azienda, se non il sinonimo del mobbing? La svolta è fondamentale: l’art. 572 prevede pene fino ai 5 anni, che diventano 8 se le lesioni sono gravi e 12 se gravissime. «E spesso – dice Guariniello – il mobbing si accompagna a reati "di contorno", sanzionati da norme ad hoc: violenza sessuale e privata, ingiurie, minacce, estorsione, violazioni dello Statuto dei lavoratori, della legge 626 sulla salute nei luoghi di lavoro e delle legge sulla privacy».
(m.trav.)