Torino. Gallino: «La corsa all´Ikea? Effetto posto fisso»

04/12/2007
    martedì 4 dicembre 2007

      Pagina XI – Piemonte economia

        "La corsa all´Ikea? Effetto posto fisso"

          Il sociologo Gallino e i ventimila candidati per cento posti da commesso

          PIER PAOLO LUCIANO

            «la realtà è che si parla molto di altri problemi, si discute di globalizzazione e di crescita della conoscenza, ma poi ai giovani si offrono soltanto lavori e salari modesti». Luciano Gallino, uno dei sociologi del lavoro più apprezzati a livello nazionale, commenta così la notizia che in ventimila hanno presentato domanda all´Ikea per cento posti da commesso nel nuovo megastore che aprirà a Collegno nel 2008.

            Professor Gallino, qual è la molla che spinge così tanti giovani, per lo più neodiplomati, a candidarsi per un posto part-time da commesso che garantisce uno stipendio tra i 500 e i seicento euro al mese?

              «L´incentivo è senza dubbio rappresentato dall´assunzione a tempo indeterminato. In un Paese in cui i contratti a termine sono ormai più della metà, assicurarsi un posto senza scadenza è un fattore importante».

              Quale può essere un altro stimolo?

                «Senza dubbio la formula part-time. Può essere utile per esempio a chi studia. Consente di guadagnare pur conciliando gli impegni universitari. Oppure, penso in particolare alle donne, a chi debba fronteggiare particolari periodi di transizione: la nascita di un figlio, l´assistenza a parenti anziani».

                Resta però l´handicap dello stipendio, non crede?

                  «Senza dubbio 500-600 euro al mese è una cifra del tutto inadeguata per gestire una famiglia. Può giusto andare bene per chi vive con i genitori. Insomma un salario di transizione verso qualcosa di meglio».

                  Eppure piace di più lavorare da commesso che come operaio. Perché?

                    «Senza dubbio il lavoro da commesso è più leggero, non gli si richiede di stare alla catena di montaggio per 40 ore alla settimana. Non solo: c´è anche maggior contatto con le persone e meno rigidità nei rapporti».

                    Quanto incide il nome Ikea?

                      «Senza dubbio siamo di fronte a un gigante mondiale nel campo dell´arredamento, un marchio che punta a espandersi ancora di più. Dunque con prospettive di mobilità in futuro: si può cominciare da commesso per poi passare ad altre mansioni».

                      Qual è un´altra spiegazione di questo boom dei commessi?

                        «Guardi, gli ultimi dati sulle professioni indicano ai primi posti per offerta proprio impieghi nel terziario modestamente qualificato: commesso, barista, cassiera per supermarket, addetto alla ristorazione rapida. Questi mestieri monopolizzano le prime sette, otto posizioni delle indagini condotte da Unioncamere e da altri Uffici studi. I cosiddetti lavori legati alla società della conoscenza vengono dopo».

                        Perché?

                          «Perché le offerte nel campo del terziario avanzato, con professioni estremamente qualificate, sono ancora poche. Così prevalgono i lavori tradizionali dove più che a produrre poco e a guadagnare moltissimo si punta sul vendere tantissimo con ricavi minimi. Ma è una fotografia identica per tutta l´Italia».

                          Gli enti locali possono fare qualcosa?

                            «Mi pare che la Regione Piemonte già si muova in questa direzione, ma quel che serve è una vera politica nazionale che incentivi, magari con l´aiuto dei contributi europei, lo sviluppo della conoscenza».

                            Commesso sì, operaio no. Eppure sono due mestieri della stessa categoria. C´è un rifiuto da parte dei giovani per la tuta blu?

                              «A parte le differenze che ho elencato prima, c´entra anche la diversità di offerta: i posti da commesso sono molti di più di quelli da operaio. D´altronde bastano due numeri per spiegare perché: dieci anni fa i dipendenti Fiat a Mirafiori erano 65mila oggi sono 9500. E anche se la componentistica piemontese si è internazionalizzata rispetto al passato, è chiaro che nella regione si producano meno manufatti di un tempo. Dunque le porte d´ingresso in fabbrica sono più strette di quelle di un supermercato».