Torino. È l´esercito dei flessibili

09/06/2003

TORINO

domenica 8 giugno 2003


 
 
Mezzo milione di addetti
E´ l´esercito dei flessibili
          "Strumenti come lo "staff leasing" sono indicati per figure superspecializzate"
          L´assessore Pichetto: "Il decreto può essere un rischio, ma non credo che le aziende ne abuseranno: finora non è mai successo"
          Il pacchetto varato dal governo è destinato ad aumentare il numero di quanti rinunceranno al tempo indeterminato

          DIEGO LONGHIN

          Un esercito di 495 mila persone. Secondo i dati di Unioncamere Piemonte è questo lo zoccolo duro dei «flessibili» piemontesi. Statisticamente vengono definiti come lavoratori indipendenti, ma dentro questa magmatica categoria c´è un po´ di tutto: dal popolo della partita Iva, spesso usata per nascondere rapporti subordinati, ai co.co.co., le collaborazioni coordinate e continuative, uno degli strumenti che nella legge delega del Governo è stato rivisto e corretto.
          Sono proprio quelle atipiche le formule che vanno per la maggiore, che fanno aumentare l´occupazione, in attesa di vedere cosa succederà con i nuovi strumenti, dal lavoro a «chiamata» allo staff leasing, dai contratti accessori al nuovo part-time. Su tutti, infatti, pende l´incognita del precariato. «E´ un rischio – spiega l´assessore al lavoro della Regione Gilberto Pichetto Fratin – ma non credo che ci sarà un abuso da parte delle aziende. In fondo in Piemonte si utilizzano il lavoro interinale e le collaborazioni in sostituzione del classico periodo di prova, oltre che per rispondere a particolari esigenze produttive. E´ un modo diverso di fare selezione. Mi sembra poi che strumenti come lo "staff leasing" e il "lavoro a progetto" siano particolarmente indicati per figure professionali altamente qualificate, veri consulenti aziendali, un campo dove non credo si possa parlare di precariato».
          I numeri, comunque, sono sempre più «flessibili». Tra il 2002 e il 2001 sono diminuiti i lavoratori dipendenti, meno 12 mila (-0,9%), ma c´è stato un vero boom degli indipendenti, ben 19 mila, che tradotto in percentuale vuol dire più 4 per cento. Ed è proprio grazie ai "flessibili" che l´occupazione è cresciuta di circa 7 mila unità (0,4%), anche se meno rispetto alla media del Nord-Ovest e del resto d´Italia. Una dinamica che ha interessato quasi tutti i settori, tranne il commercio, in particolare la grande distribuzione, dove però prevale il part-time e il tempo determinato. Altre due formule che stanno raccogliendo molti favori. Cala infatti il tempo pieno, meno 4 mila unità nel 2002, a fronte di una crescita consistente del parziale, più 11 mila. Una tendenza che si ripete tra lavoratori a tempo indeterminato, meno 23 mila (-1,9%), e quelli a tempo determinato, più 12 mila (+12%). In totale in Piemonte i part-time hanno raggiunto quota 145 mila, mentre il numero di dipendenti a tempo determinato sono ormai 108 mila.
          Diverse le dinamiche tra l´occupazione maschile e femminile. Tra gli uomini cresce il lavoro indipendente, mentre le donne trovano più spazio con quello dipendente, sia a tempo determinato che indeterminato. «Il mercato del lavoro si espande – aggiunge Pichetto – soprattutto con l´ingresso delle ultratrentenni, uno degli obiettivi nell´ambito delle azioni di pari opportunità». Il part-time è invece una formula unisex, visto che si registra un discreto aumento in entrambi i casi.

          "Passo 100 ore al telefono con stranieri per 450 euro"
                  «Avevo studiato lingue nelle scuole Superiori e sono sempre stato attratto dal contatto con il pubblico, però non avrei mai immaginato di diventare uno dei "nuovi poveri" italiani, uno che lavora 27 ore alla settimana (quindi, ben più di un part-time) per 450 euro al mese. Come si fa a sopravvivere? Devo pagare l´Inps e altre tasse, comprare i biglietti dell´autobus ("possedere un´auto neanche a parlarne con uno stipendio così") e versare mensilmente il mutuo della casa».
                  Vincenzo L., 32 anni, torinese, sposato, un figlio di 3 anni e una moglie anche lei lavoratrice «atipica». Fa il telefonista, con ritenuta d´acconto, in uno dei più grandi call-center italiani – un palazzo in via Paolo Veronese che ospita oltre quattrocento persone tra dipendenti con contratto a tempo indeterminato, parasubordinati e a termine – e vende vini piemontesi di marche prestigiose e altri prodotti a clienti stranieri.
                  «All´inizio mi sembrava interessante poter conversare in tedesco e in altre lingue, inoltre pensavo che, superato un primo periodo di "adattamento" avrei iniziato a guadagnare di più. Ma la realtà si è rivelata ben diversa: me ne sto tutti i giorni, compreso il sabato, dalle 9 alle 13,30 davanti ad un monitor che seleziona i clienti da chiamare, e ripeto meccanicamente le stesse frasi, le stesse proposte di acquisto a centinaia di famiglie. E lo stipendio è sempre lo stesso».
                  Vincenzo ha pensato anche di cambiare: «Certo che vorrei cambiare mestiere, ma gli annunci che leggo sui giornali sono sempre identici e il lavoro che propongono è sempre precario e mal retribuito: agenzie interinali, ditte di pulizie, vendite commerciali, rappresentanza nel campo delle telecomunicazioni, e così via. E´ un disastro. Alle spalle ho anni di attività lavorative varie, come, ad esempio, quella di agente vendita dell´indotto delle telecomunicazioni: ore e ore passate a girare in auto, a mie spese, per piazzare prodotti telefonici. Avevo la partita Iva, e quando l´agenzia per cui lavoravo non falliva, ricevevo delle provvigioni, altrimenti perdevo tutto. Tranne le tasse, che comunque andasse, rimanevano da pagare».
                  (a. lan.)

                  "Faccio pulizie 10 ore al giorno
                  E se mi ammalo perdo il posto"

                          Silvia F. ha il diploma scientifico e un anno di università, ma non ha più continuato a studiare. Adesso ha quarant´anni e due figli di 15 e 13 anni. Il diploma è rimasto in un cassetto e lei fa le pulizie nelle banche e negli uffici per una ditta di servizi che ha sede nella prima cintura torinese con un contratto «atipico», di quelli che i ricercatori catalogano sotto il segno della flessibilità.
                          «La mia giornata inizia o al mattino presto, quando gli uffici sono ancora chiusi, o al pomeriggio, e va avanti fino all´ora di cena. Sono obbligata a fare delle pause, talvolta anche lunghe, tra un luogo di lavoro e l´altro. Siamo otto ragazze, con livelli scolastici diversi e situazioni familiari ed economiche spesso complesse: ci sono donne sole con figli a carico, divorziate, giovanissime e meno giovani. Lavoriamo come "collaboratrici" con partita Iva, proprio come i manager delle grandi aziende o i liberi professionisti che incassano miliardi. Solo che noi di soldi ne vediamo pochi alla fine del mese: otto euro lordi all´ora spostandoci da una banca all´altra e da un ufficio all´altro per riuscire a mettere insieme otto-dieci ore di lavoro al giorno, il minimo per guadagnare di che sopravvivere, dimenticandoci qualsiasi sfizio. Dallo stipendio mensile dobbiamo infatti togliere i vari contributi previdenziali e le tasse. E a conti fatti rimane poco. Sono più fortunati quelli che, pur svolgendo le nostre stesse mansioni, dipendono da cooperative o da ditte con cui hanno contratti di assunzione veri, quelli a tempo indeterminato. Almeno ricevono la tredicesima e, se si ammalano, per qualche giorno possono curarsi senza temere di perdere il posto di lavoro. Sì, perché a quelli come noi è già capitato che dopo essere stati a casa un paio di giorni per colpa di un´influenza, poi non hanno trovato più il posto. Anche lamentarsi è poco consigliabile: il capo ti prende a malvolere e, dopo averti assegnato gli uffici più lontani e scomodi, prima o poi ti manda via. Ecco cosa accade ai tempi della flessibilità. Altro che 750 mila nuovi posti di lavoro e paese all´avanguardia in Europa sul lavoro. E´ una vergogna, siamo i nuovi "servi della gleba" senza diritti e senza tutele».
                          (a.lan.)