Torino, arrestati per bancarotta. Gestivano in tutta Italia hotel e ristoranti tra cui lo storico “Del Cambio”

24/09/2010

Collezionavano grand hotel di prestigio, rilevandone la gestione, ora di altri: dal San Domenico di Taormina, dove scendono puntualmente le star per i David di Donatello, al Des Palmes di Palermo, quello in cui Richard Wagner finì di comporre il suo Parsifal nel 1881 e «sfilò la storia della Sicilia». Amato Ramondetti e Giulio Lera hanno conservato, al Nord, il Bentley di Genova, l’Excelsior di Rapallo e il gioiello di un antico convento trasformato nel lussuosissimo Grand Hotel San Clemente Palace sull’omonima isola veneziana. A Torino, la loro città, gestiscono il Golden Palace e il Ristorante del Cambio, anch’esso carico di storia patria. A Milano avevano curato il Savini. Non c’è città dove non abbiano piantato una bandierina. Un’espansione imprenditoriale apparentemente inarrestabile fin quando i debiti non sono diventati troppi. L’altro ieri, i due imprenditori sono stati arrestati.
L’ordinanza di custodia cautelare del gip Francesca Christillin li accusa di essere bancarottieri ed evasori fiscali: solo il debito con l’Erario è stato quantificato in 49 milioni di euro. Una montagna di Iva non versata che li ha sommersi: per sfuggirvi Ramondetti & Lera si sono lanciati negli ultimi anni in una frenetica corsa a chiudere le vecchie società di gestione di alberghi e ristoranti, lasciandovi l’esposizione con il Fisco, e a rilanciarsi con altre. L’inchiesta del pm Giuseppe Riccaboni e dei carabinieri del colonnello Antonio De Vita ha individuato 47 società.
Impressionante è il labirinto di srl spuntato dalla loro mappa investigativa. A ripercorrerlo attraverso il registro elettronico delle Camere di commercio italiane c’è da perdersi: decine di file da aprire, centinaia di atti. Un rompicapo che ha ritardato l’inseguimento dell’Agenzia delle Entrate e di Equitalia. Finché alcune operazioni spericolate non hanno richiamato l’attenzione sull’intero gruppo Ramondetti & Lera. Una prima: l’immobile che ospita il Golden Palace nel centro di Torino viene ceduto due volte in 6 giorni con un incremento di valore da 53 a 66 milioni. Poi subentra un contratto di leasing acceso da un’altra società del giro.
L’altra operazione riguarda la società di gestione del Cambio: non si sottoscrive un aumento di capitale per 10 mila euro, subentra una nuova srl, «4 giorni dopo la cessione» infragruppo di quote per 4,9 milioni.
Dall’inizio dell’anno scattano le dichiarazioni di fallimento. Per gli investigatori le avevano tentate tutte Ramondetti & Lera: avevano pure ceduto 4 delle loro società di gestione decotte a due signore greche. «Per spostarne le sedi legali in altro paese e sfuggire al fallimento in Italia». Equitalia li incalza e i due imprenditori appaiono «alla disperata ricerca di denaro».
In una telefonata si dicono: «Abbiamo già fatto 45 mila euro di assegni fasulli». Serviti per spostare da conto a conto le «voragini» che si creavano di banca in banca. «Situazione insostenibile» per il gip che giustifica gli arresti descrivendo «il trucco sistematico: scorporare – non importa come – la parte produttiva dell’impresa dai debiti. Ma solo quelli verso l’Erario e gli Enti Previdenziali. Perché i debiti nei confronti dei fornitori si devono pagare per non divenire oggetto di azioni esecutive».
Tutt’altro che dei rampolli (Ramondetti ha 65 anni, Lera 59), i due provengono da famiglie di solidi e noti imprenditori alberghieri torinesi: quella del primo gestiva il Turin Palace, l’altra ha il Sitea dai «bilanci perfetti» avvisa il pm. Sembra di capire che i due si siano temerariamente allargati senza disporre di capitali propri e appoggiandosi al sistema bancario per centinaia di milioni. Alcuni sono restati sui conti di famiglia, tutti (19) sequestrati. Il resto era ancora il tentativo di ripartire con altri alberghi, persino a Lamezia Terme.
L’avvocato Paolo Chicco, che ieri li ha assistiti con la collega Lucietta Gai all’interrogatorio di garanzia, non è di questo avviso: «Nel 2008 un gruppo arabo stava presentando un’offerta di acquisto di 220 milioni per il San Clemente di Venezia. C’è tuttora una trattativa per la cessione degli asset e il rientro dei debiti. Gli arresti le hanno bloccate. Mi auguro che non vi sia una ricaduta drammatica sulle aziende e su centinaia di dipendenti. Ieri i clienti hanno chiarito di aver solo cercato di far fronte ad una crisi che non è soltanto del loro gruppo».