Tonna accusa Francesca Tanzi: sapeva da anni

26/01/2004


26 Gennaio 2004

SECONDO L’EX MANAGER PARMALAT LA FIGLIA DEL PATRON ERA AL CORRENTE DELLA DISTRAZIONE DEI FONDI. OGGI NUOVO ROUND I INTERROGATORI
Tonna accusa Francesca Tanzi: sapeva da anni
Il padre dimesso dall’ospedale torna a San Vittor
Paolo Colonnello
MILANO
Sarà un’altra settimana di passione. Da una parte la ripresa degli interrogatori della procura milanese che intende chiudere al più presto l’inchiesta per aggiotaggio. Dall’altra le iniziative della procura di Parma, decisa, dopo la dichiarazione d’insolvenza di Parmatour, ad approfondire definitivamente gli aspetti di quella voragine finanziaria rappresentata dal comparto turistico in mano alla famiglia Tanzi. E sarà una settimana che l’ex numero uno del gruppo affronterà di nuovo in carcere, visto che ieri Calisto Tanzi è stato dimesso dall’ospedale Fatebenefratelli di Milano (dove era stato ricoverato, dopo un lieve malore, giovedì scorso) per essere riportato a San Vittore.
Nei verbali depositati al tribunale del riesame di Bologna, che riportano gli interrogatori dell’ex direttore finanziario Fausto Tonna di fronte al pm Ioffredi, si parla apertamente delle responsabilità della famiglia Tanzi nella «distrazione» dei fondi dalle casse della società. In particolare della figlia Francesca, responsabile del settore. Francesca Tanzi, secondo Tonna, avrebbe saputo «da almeno cinque anni» delle decine di milioni di euro versati in nero a Parmatour per pagare le perdite «di alberghi, villaggi, operatori turistici e altri». Al centro delle operazioni sospette, ha spiegato l’ex direttore finanziario, c’era la società Business & Leisure, nei confronti della quale l’ex manager avrebbe disposto e firmato un accreditamento di 95 milioni di euro provenienti dal conto corrente lussemburghese Parmalat Finance Corporation.
«Allo stesso modo – ha aggiunto l’ex direttore finanziario – ho disposto l’accreditamento di 45 milioni di euro a favore di Curcastle (una delle società fantasma off-shore, ndr) che poi li ha girati alla Business & Leisure». Tutto denaro che proveniva da liquidità raccolte grazie all’emissione di bond, così come sempre con l’acquisto di bond, ma della Business & Leasure, venivano giustificate le uscite. Bond che «in realtà non vennero mai emessi da quest’ultima». Alla fine, il debito maturato dalle società del turismo dei Tanzi venne trasformato in «promissory notes», cambiali internazionali finite nel fondo Epicurum. Insomma, l’ennesima truffa. Tonna ha inoltre fatto i nomi delle persone, in particolare all’interno del gruppo turistico «che conoscevano bene la vicenda» e «la provenienza distrattiva delle somme pervenute» dalla fine del 2002. «In questo periodo – ha proseguito Tonna – sono stati sicuramente distratti da Parmalat a favore delle società del turismo almeno qualche decina di milioni di
euro…».
Lo stesso Tonna, il 16 gennaio scorso, avrebbe poi spiegato la natura dei conti movimentati dalla moglie, rivelando che nell’imminenza del crack, verso il 10 dicembre, lui e la moglie Donatella Alinovi, ora agli arresti domiciliari, decisero di chiudere i loro vecchi conti correnti e di aprirne altri presso la stessa banca sulla quale trasferire investimenti e liquidità «per motivi di riservatezza». In tutto 750 mila euro, frutto di stock option ricevute da Tanzi dopo le dimissioni dal gruppo e che aveva investito in pronti contro termine con scadena novembre-inizi dicembre. «Dopo le prime notizie di stampa, non volevo che i miei conti, a conoscenza di Parmalat, potessero essere comunicati ai giornalisti o a gente interessata a voler fare verifiche estranee alla magistratura». Così, prima di Natale e dell’arresto, Tonna diede disposizione di «smontare i pronti contro termine che scadevano il 2 gennaio 2004 con l’emissione di assegni circolari». I 750 mila euro che poi la moglie trasferì su un nuovo conto.
Anche Calisto Tanzi, rientrati a San Vittore, dovrebbe tornare ad approfondire il verbale di sei ore compilato venerdì. E dopo di lui, dovrebbero tornare sulla graticola dei magistrati milanese, altri manager, contabili e revisori. Nel mirino quello che ormai viene definito come «il fronte esterno», ovvero la galassia di banche, controllori e revisori che, secondo le accuse, avrebbero contribuito al disastro e al dissesto del gruppo di Collecchio. È una corsa contro il tempo. Le indagini per permettere ai pm milanesi di formulare una richiesta di rinvio a giudizio che consenta loro l’istruzione di un processo con rito immediato, ovvero con prove «blindate» costituite dalle carte acquisite e dagli incidenti probatori, dovrebbero concludersi entro il 19 marzo, poco più di un mese dunque. Un tempo relativamente breve, se si pensa alla mole di materiale ancora da esaminare e alla moltitudine di aspetti investigativi ancora da approfondire. Come ad esempio il ruolo delle banche o degli organismi ufficiali di
controllo. Non è escluso che nei prossimi giorni gli inquirenti milanesi prendano contatto con i colleghi romani, dopo l’intervento delle Fiamme gialle in Bankitalia. Per non parlare delle ripercussioni che l’inchiesta parallela di Parma potrebbe provocare.