Tolleranza zero

09/09/2002

Famiglia Cristiana OnLine

n. 36 del 8 settembre 2002 –

Direttore: Antonio Sciortino

 

L'editoriale
                di Beppe Del Colle



LE EMERGENZE SOCIALI E LA POLITICA ECONOMICA DEL GOVERNO


TOLLERANZA ZERO

E L’ITALIA PUÒ ATTENDERE


Non ci sono più soldi per nulla, così che la solidarietà è diventata un lusso. E con la prevista riduzione del carico fiscale, le risorse a disposizione per la sanità e l’assistenza saranno ancora di meno.

Dal punto di vista dell’etica, e anche un po’ del cuore, e perché no dell’umanità, quello che è successo la scorsa settimana agli immigrati in Italia (i cinque curdi trovati morti dentro un Tir, soffocati nel chiuso ermetico e nel buio; le centinaia di migliaia, badanti, colf e altro, accorsi alle Poste per ritirare i kit necessari alla loro regolarizzazione da parte dei datori di lavoro; la spaventata reazione del ministro al Welfare, Maroni: «Nessuna sanatoria generale; resteranno in Italia solo gli immigrati con lavoro fisso»; la controreazione degli industriali triveneti: «Così non resterà nessuno, e a noi mancano 18.000 lavoratori in più ogni anno»; lo scontro fra il sindaco e il vescovo di Treviso sui marocchini senza più casa accampati sul sagrato del Duomo…) sembrerebbe chiedere ai cristiani di questo Paese un’attenzione maggiore di tutto il resto, anche se tutto il resto sembra toccarli più direttamente in quanto cittadini, contribuenti, lavoratori, consumatori.

Il fatto è che la multiforme vicenda degli immigrati riassume in sé quella generale perdita di senso della tolleranza nella società italiana, di cui ha scritto il sociologo Ilvo Diamanti in un recente articolo su Repubblica. "Tolleranza zero" è la parola d’ordine non solo per gli immigrati, ma per tutto ciò che presuppone l’esercizio di virtù celebrate (a volte purtroppo solo a parole) nel passato: solidarietà, condivisione, presa in carico della collettività rispetto ai bisogni elementari dei poveri (la sanità, l’assistenza agli anziani, ai malati mentali, alle vittime delle forme irreversibili della tossicodipendenza…).

Non ci sono più soldi per nulla: nemmeno per la scuola, per gli ospedali, per la ricerca. E tanto meno ce ne saranno in futuro, se davvero dal primo gennaio 2003 verrà ridotto il carico fiscale sui redditi fino a 25.000 euro, il che farà affluire nelle casse dello Stato meno soldi, dunque meno possibilità di intervenire là dove, se non interviene lo Stato, non interviene nessuno, tranne il volontariato, per quello che può.

La dottrina dominante oggi nel governo del Paese è che la riduzione del carico fiscale è la condizione per la crescita e lo sviluppo, affidati, secondo i princìpi dell’economia di mercato, alla fantasia, all’abilità e all’interesse degli imprenditori. Economia di mercato significa concorrenza e minor interventismo dello Stato, più libertà di movimento per i privati, e in questa direzione sembrano essere andati alcuni dei più rilevanti provvedimenti del Governo, come la depenalizzazione del falso in bilancio, l’agevolazione per il rientro dei capitali esportati illecitamente e i ventilati condoni fiscale ed edilizio (sorvolando sulla loro evidente indegnità morale).

Se tutto questo è vero, non si capisce come possano essere giustificati dal punto di vista dell’economia di mercato i blocchi delle tariffe di acqua, luce e gas per frenare l’inflazione (sia pure solo per tre mesi, il che non esclude che gli aumenti avvengano ugualmente prima di Natale) ai danni di imprese o largamente privatizzate o facenti capo prevalentemente a enti pubblici locali, costretti a rinviare progetti di sviluppo e miglioramenti dei servizi.

È vero che qualcosa il Governo deve pur fare, per scongiurare il conflitto sociale minacciato da Cofferati per il prossimo autunno e cercare di tener buoni gli altri sindacati (anch’essi spaventati dal carovita); ma è dubbio che quello che fa basti per raggiungere tali scopi, e anche per rispettare il proprio programma di modernizzazione del Paese in senso liberale-liberista.

                 Beppe Del Colle