Togli il sindacato più grande, metti quello padano

08/07/2002
 Editoriali
 
     
 



Da l’Unità del 08.07.2002
 

Togli il sindacato più grande, metti quello padano
di 
Bruno Ugolini

Quando si comincia a ridimensionare, a restringere, a cancellare, non ci si ferma più. Il governo è riuscito a mettere, come tutti hanno capito, almeno in parte, le mani sull’articolo diciotto, l’articolo che ormai è stato ribattezzato come la norma dei licenziamenti facili. Ora ci ha preso gusto, vuole andare avanti. Intende, perciò, mettere le mani sul welfare, quella parolina inglese che significa, ad esempio, pensioni, contributi, età, con tutto il nesso e connesso. Per compiere siffatta operazione, senza troppi rompiballe intorno, per usare un termine caro al linguaggio governativo, deve sbarazzarsi dell’ingombrante presenza non di qualche sindacatino, ma di quella che risulta essere l’organizzazione sindacale più forte, per numero d’iscritti, la Cgil.
L’annuncio ufficiale, nel giorno dello sciopero dei tipografi che ha bloccato molti giornali (proprio per protestare su quella norma dei licenziamenti), lo ha fatto il ministro Roberto Maroni in prima persona. Niente Cgil, ha detto, perché si è autoesclusa. Traduciamo la sua minaccia: «Cara Cgil, non hai voluto assecondarci e partecipare a quella graziosa ghigliottina che ha cominciato a decapitare lo Statuto dei lavoratori? E allora non metterai più piede a Palazzo Chigi, quando nei prossimi giorni, appunto, discuteremo anche di pensioni….». Incredibile. Era ed è il «regime» – questa volta la definizione appare molto opportuna – che la coalizione di centrodestra aveva pensato fin dall’inizio, puntando sulla spaccatura sindacale, magari sostituendo la Cgil con il Simpa, il clandestino sindacato leghista. Questo sì, debbono essersi detti, che è «dialogo sociale», questa sì che è «concertazione» moderna, «con chi ci sta», ovvero con chi dice di sì e non ostenta pareri discordanti.
Invano un dirigente Cisl come Savino Pezzotta che ha un buon nome da difendere, ha tirato la giacca al ministro, sussurrandogli che così non si fa. Il governo intende procedere per la sua strada, oltretutto convinto che il sistema delle minacce funziona. Come quando ventilò, per un paio di giorni, un’inchiesta sull’impiego dei soldi dei patronati sindacali. Qualcuno forse tremò e poi non si fece nulla (a proposito di patronati, non di altre materie, come sappiamo).
Ora sarà sicuramente possibile attendere la protesta di raffinati intellettuali liberali, alla Barbara Spinelli, certamente sconvolti dal fatto che si possa discutere del futuro di milioni di lavoratori italiani e del loro sistema previdenziale con il Simpa e non con la Cgil che pure rappresenta oltre cinque milioni d’iscritti e proprio il 23 marzo per le vie di Roma ha esposto – come dire – il proprio «capitale umano». Ulteriori angoscianti preoccupazioni forse desteranno anche le notizie che parlano di un «giallo» nella formulazione del fatidico «Patto per l’Italia». Sarebbero state inserite, infatti, un paio di note a margine che in qualche modo annullerebbero precedenti impegni su fisco e su lavoratori autonomi. Note che sarebbero frutto, hanno subito dichiarato gli Autori, di un frenetico lavoro di taglia e incolla. Sarà. Resta il fatto che quel favoloso «Patto», appare d’ora in ora un gran pasticcio, cucito soprattutto da solenni «impegni», con affermazioni altisonanti del tipo: intende, vuole, promette, annuncia. Una politica proiettata nel futuro, nelle sei televisioni a disposizione e che ha sedotto Cisl e Uil. Anche se già cominciano ad affiorare segnali di ripensamento. È nuovamente Savino Pezzotta che ha fatto notare, ad esempio, come il tasso d’inflazione programmato non sia adeguato, sia da rivedere. Un piccolo elemento che attiene al sistema dei salari e degli stipendi, la cosiddetta «politica dei redditi». Bazzecole, quisquilie, minutaglie che possono solo mandare a monte un’intera partita contrattuale, con la conseguente stagione di scioperi, manifestazioni, conflitti. Sono quelli che sono già in corso in gran parte del Paese che riprenderanno domani e che si ripeteranno in autunno.

Questa sarebbe, come si è scritto, la ripetizione di uno scenario all’inglese, con Cofferati nelle vesti del capo dei minatori Scargill? E’ davvero difficile credere, anche ad un allocco di passaggio, che Maroni, il Simpa (con Cisl e Uil), Berlusconi, rappresentino la moderna innovazione riformista e la Cgil un antiquato massimalismo. E’ bene ricordare qualcosa, per chi non se ne fosse accorto. La posta in gioco non era uno Statuto dei lavori adatto al nuovo secolo delle trasformazioni e dello sviluppo tecnologico. Non era lo Statuto del Duemila. Era in gioco l’articolo diciotto sui licenziamenti, da intaccare, sia pure per poco. Una breccia che potrebbe però aprire voragini. Una battaglia estenuante, non certo conclusa. Una battaglia per la quale decine d’imprenditori – non di rozzi operai – hanno dichiarato che proprio non valeva la pena battersi. Imprenditori che, magari, ogni giorno sono alla disperata ricerca di mano d’opera da assumere e non da cacciare. E poi, perdonate la battutaccia, gran parte dei minatori in Italia sono già stati sconfitti (spostati, prepensionati), molto tempo fa.
Una via d’uscita, comunque, atta a dissipare polemiche, equivoci, guerre per sbaglio, ci sarebbe. E’ quella di adottare, come si è fatto in altre occasioni, per accordi di questa portata, il metodo della consultazione tra gli interessati, i lavoratori, iscritti o no ai sindacati. Un metodo suggerito da molti in questi giorni e non solo da Cofferati. Sarebbe così misurato un effettivo consenso. Un modo per capire «chi rappresenta chi». Senza aver paura della democrazia.