“Ticket” Il conto dello sciopero: 74 euro a cliente

05/07/2005
    martedì 5 luglio 2005

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      IL GIRO D’AFFARI SUPERA I DUE MILIARDI ANNUI: C’È CHI CI FA LA SPESA AL SUPERMARKET E CHI FINISCE IL BLOCCHETTO IN POCHI GIORNI

        Il conto dello sciopero: 74 euro a cliente

          Due milioni di persone nel variegato mondo dei ticket

            analisi
            Luigi Grassia

              DUE settimane di protesta hanno ottenuto l’effetto sperato: le ragioni dei ristoratori sono state ascoltate e il popolo dei buoni pasto può tornare a contare sui ticket per l’ora di pranzo. Un problema serio, visto che per risolverlo si è dovuto muovere il governo; la questione coinvolge 2 milioni di lavoratori (il numero è cresciuto del 50% negli ultimi due anni) con un giro d’affari di oltre 2 miliardi di euro all’anno per i bar, i self-service, le trattorie, le pizzerie e i ristoranti convenzionati.

                Secondo i calcoli dell’associazione di consumatori Adoc, per ogni lavoratore cui è stato tolto il buono pasto la spesa aggiuntiva mensile si aggirerebbe sui 148 euro (stima volutamente prudente: con quella cifra, per un mese si pranza in maniera spartana). Dividendo per due, visto che lo sciopero è durato mezzo mese, si arriva a 74 euro, e moltiplicando per 2 milioni di lavoratori l’esborso cumulativo extra è di 148 milioni. Per dei lavoratori che già subiscono aumenti a raffica su beni e servizi di ogni genere è un salasso di cui non si sentiva proprio la necessità.

                  I gestori, quelli a cui tocca accettare questi ticket in pagamento, lamentano che da un paio d’anni (guarda caso, proprio da allora c’è stato il boom delle emissioni) le società che fanno da intermediarie hanno cominciato ad aumentare le commissioni che pretendono, per rifarsi dei prezzi sempre più competitivi che propongono nelle gare al ribasso; perciò l’incasso reale dei ristoratori è decurtato. Alcuni di costoro hanno provato a rifarsi a danno dei clienti finali riducendo la qualità e la quantità di ciò che mettevano nel piatto, ma non si può tirare troppo la corda perché così si lede l’immagine del ristoratore medesimo; ecco allora che a un certo punto i gestori hanno preferito interrompere il servizio e scendere in sciopero, cioè rifiutare i buoni pasto e richiedere il pagamento in contanti. Lo sciopero non è stato generale, piuttosto a macchia di leopardo (secondo l’Adoc ha coinvolto il 39 per cento dei bar-ristoranti) quindi molti lavoratori ne hanno solo sentito parlare o letto sui giornali, ma per altri il disservizio è stato pesante.

                    Adesso che il problema dovrebbe essere superato (lo verificheremo oggi) si può anche scherzare con le categorie un po’ sbarazzine nella quali è stato catalogato il «popolo dei buoni pasto» dalla ricerca sociologica (per ogni altro aspetto serissima) curata dall’Osservatorio Metropolis per Ticket Accor Services. La tipologia si apre con gli «Ingordi della prima decade», quelli che una volta ricevuto il blocchetto mensile non badano a spese e puntano sul miglior ristorante dove fanno fuori in pochi giorni tutto il loro credito (a colpi di parecchi buoni per volta) dopodiché devono arrangiarsi a loro spese fino al 27. Poi ci sono gli «Etnologi della pausa pranzo», che si dedicano a escursioni eno-gastronomiche nei locali etnici della città; in linea di massima cercano di risparmiare scegliendo ristoranti cinesi a buon mercato, trattorie indiane, locali mediorientali dove si serve il kebab. Un modo di svagarsi oltre che nutrirsi, e senza necessariamente spendere un granché. Quindi ecco le «Impiegate di contorno», nel senso che il loro pasto si limita in genere al solo contorno. Sono lavoratrici di tutte le età per le quali i buoni pasto sono un passaporto per insalate, carotine, patatine lesse, fagiolini, tutto in nome della linea.

                      Quindi avanza, nella classificazione di Metropolis, il gruppo dei «Calcolatori». Sono coloro che si trovano in situazioni economiche più precarie: neoassunti, stagisti. Per loro l’aumento generalizzato dei prezzi al bar è un problema che li costringe ad attenti risparmi sui quali non c’è da scherzare. Devono far bastare per il pranzo i cinque euro o poco più del valore massimo del ticket. La rassegna si conclude con i «Buoni di sera» (detti a Milano anche «schiscettisti»). Sono quelli che utilizzano i ticket per fare la spesa al supermercato (la legge lo vieta, ma molti esercizi chiudono un occhio e le autorità non sono davvero interessate a controllare). In ufficio si portano invece panini o avanzi della sera prima ben conservati in contenitori Tupperware. In realtà la soluzione migliore è tornare a casa a mangiare un piatto freddo o mettere in forno un precotto surgelato (ultimamente sono diventati assai più gustosi e sofisticati di come erano anche solo qualche anno fa), ma pochi lavoratori hanno il tempo di fare anche solo questo; figuriamoci cucinarsi un pranzo vero.