“TheBombs” La sorpresa dei terroristi low tech

08/07/2005
    venerdì 8 luglio 2005

    PRIMO PIANO – pagina 6

    La sorpresa dei terroristi low tech

      Usano strumenti rudimentali e aggirano i sistemi più sofisticati

      Scotland Yard può contare su dispositivi di prevenzione d’avanguardia: non sono bastati

      MARCO MAGRINI

      Non è certo il lato più gentile della Storia. Ma dalla selce paleolitica alle armature degli Assiri, dalle navi dei Vichinghi alla polvere da sparo, dalle trasmissioni radio criptate alla bomba atomica, la tecnologia ha regolarmente determinato vinti e vincitori di ogni guerra. Eppure, la guerra al terrorismo — ufficialmente dichiarata dal governo americano
      l’11 settembre del 2001 — è un’autorevole eccezione.

      Poche città al mondo sono sorvegliate come Londra. Poche forze di polizia hanno le strutture di Scotland Yard. Pochi servizi segreti hanno i mezzi di MI5 e di MI6. Eppure, ieri sono bastati quattro ordigni low tech per mettere in ginocchio la capitale britannica.

      Dopo l’attacco su New York e Washington, dove al Qaida aveva ingegnosamente usato la tecnologia di proprietà degli avversari — quattro aerei di linea — per seminare morte e distruzione, l’amministrazione Bush non ha avuto dubbi: per contrastare la minaccia terroristica, bisognava investire nell’hi tech. Le risorse stanziate sono cresciute a dismisura: nel 2001, i fondi federali devoluti alla ricerca con obiettivi antiterroristici ammontavano a poco più di 500 milioni di dollari. L’anno dopo sono stati raddoppiati, e quello dopo ancora sono stati triplicati. Nel 2005, hanno raggiunto quota 4,2 miliardi di dollari.
      Un’enormità. Peccato che, al momento, i risultati siano ancora modesti.

      Dall’ 11 settembre, un pugno di aziende — perlopiù americane e israeliane — ha moltiplicato i fatturati con nuove macchine per fiutare gli esplosivi, nuovi robot per disinnescare le bombe o per " vedere" oggetti anche dietro a schermi metallici. Tutte tecnologie ( potenzialmente) utilissime a prevenire attacchi come quello che ha abbattuto le Torri Gemelle. Per certo, si sa che la biometria — quel ramo della scienza che studia le misure umane, dal volto alla forma della mano, dall’iride alle impronte digitali — sta facendo passi da gigante, al punto che sono già in commercio le prime applicazioni. Per il futuro, i laboratori americani stanno preparando l’analisi delle vene, il riconoscimento della pelle, l’esame genetico " al volo", la misurazione del battito cardiaco, il rilevamento degli odori del corpo e il riconoscimento delle orecchie.

      Ma da qui a immaginare un sistema per la prevenzione di tutti gli attacchi terroristici, ce ne corre.

      «Le soluzioni tecnologiche di cui disponiamo — ammette James Jay Carafano, un ricercatore della Homeland Security — sono inadeguate alle dimensioni e alla portata delle potenziali minacce» . Dei 4,2 miliardi che saranno spesi quest’anno nella scienza antiterroristica, ben 1,8 sono stati destinati ai National Institutes of Health, implicitamente rivelando la preoccupazione numero uno: gli attacchi biologici. Già ai tempi della paura da antrace, le televisioni americane si chiedevano: cosa succederebbe se un kamikaze infettato da vaiolo facesse una passeggiata per New York? La risposta è agghiacciante. Com’è agghiacciante l’eventualità che i terroristi possano un giorno fare un salto di qualità tecnologico: l’esplosione di una " bomba sporca" ad esempio — un ordigno tradizionale associato a del materiale radioattivo — non viene considerata remota da parte della Cia o della Nsa.

      Inutile dire che l’intelligence americana non fa sapere come e dove sta investendo. «Il Dipartimento della Difesa — racconta un imprenditore europeo che lavora in California su un nuovo prodotto biometrico — ci ha fatto firmare un contratto: non possiamo dire una parola a nessuno» . Senza contare che la Cia ha fondato nel 1999 In Q Tel, una vera e propria società di venture capital con sede nella Silicon Valley, che finanzia e incoraggia progetti di ricerca con possibili ricadute positive per la sicurezza nazionale.

      Secondo Carafano però, tutte le tecnologie allo studio si possono riassumere in cinque categorie: la già citata biometria; la nanotecnologia (utilissima ad esempio per costruire sensori da disperdere nell’ambiente); armi non letali (che vanno da sostanze chimiche con effetti sedativi, a potenti microonde capaci di fermare un veicolo); tecnologie per l’analisi dei dati (ovvero sistemi elettronici su cui far convergere bollette del telefono, conti in banca, fatture, visti e quant’altro, al fine di avere degli «indizi preventivi») e nuovi tipi di armi a energia (gli eredi futuribili del raggio laser).

      Qualcuno dice che quattro miliardi di dollari all’anno sono pochi, se confrontati con i 90 che il Governo federale riversa complessivamente sulla ricerca. E qualcuno dice che sono troppi, visto che molti scienziati si lamentano perché i fondi di cui disponevano sono stati dirottati sull’antiterrorismo. Almeno al momento, però, la « guerra al terrore » dichiarata da Bush e dal fido alleato Tony Blair non ha ancora la tecnologia per stravincere questo conflitto con un avversario invisibile che — per la prima volta nella storia— non si identifica con una sola bandiera o una sola nazione. Almeno per un po’, il low tech avrà ancora la meglio sull’hi tech.