“Tfr” Vicolo cieco per la riforma

06/10/2005
    giovedì 6 ottobre 2005

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    LA NUOVA LIQUIDAZIONE IL TITOLARE DEL WELFARE: SCELTA DANNOSA. IL PREMIER (LEGATO A MEDIOLANUM) NON VOTA PER EVITARE IL CONFLITTO DI INTERESSI

      Vicolo cieco per la riforma del Tfr

        Il governo rinvia il pacchetto al Parlamento. La Lega denuncia: forti pressioni

          Marco Sodano

          A furia di strappi e rattoppi la riforma della previdenza complementare s’è disfatta ieri mattina in Consiglio dei ministri. Non è una bocciatura, ma nei fatti il provvedimento – restituito alle Camere per un parere non vincolante che prolunga la delega di trenta giorni – è finito nel congelatore. In consiglio, trio di voci grosse dei ministri leghisti Maroni Calderoli e Castelli: hanno votato contro il rinvio e contro tutti i colleghi, uniti sul fronte della melina.

          L’autore della riforma e titolare del Welfare Roberto Maroni ha lasciato Palazzo Chigi furente, bollando la decisione come «ingiusta, controproducente e dannosa», e ammettendo il timore che vi sia la «volontà di non approvare il provvedimento». Avverte però che il Carroccio non digerirà un no, minacciando «problemi rilevanti sul piano politico». Anzi: «La riforma della previdenza contiene il bastone dell’elevazione obbligatoria dell’età pensionabile dal 2008 e la carota dello sviluppo della previdenza complementare». Niente carota, niente bastone.

          Messaggio diretto al premier Silvio Berlusconi, che ha lasciato il Consiglio dei ministri per schivare il conflitto di interessi: Fininvest controlla Mediolanum, protagonista sul mercato delle assicurazioni. Non è bastato ad evitare le polemiche anche perché i più fieri oppositori della riforma, nelle ultime settimane, sono stati proprio gli assicuratori dell’Ania. E Maroni stesso, ieri, parlando di «forti pressioni» da parte della lobby delle polizze, ha aperto il vaso di Pandora: l’Ania s’è difesa spiegando che la sua lotta sul contributo del datore di lavoro destinato solo ai fondi negoziali e non «portabile», cioè perso per chi preferisce un fondo privato, rappresenterebbe «una formidabile rendita di posizione per i fondi chiusi che si troverebbero senza concorrenza». Nei giorni scorsi l’obiezione ha trovato una sponda nell’Antitrust: tiepida però, perché il parere dell’autorità fa cenno alla questione ma non ha bloccato la riforma. Il presidente di Confindustria, Luca Montezemolo, ribadisce invece «la centralità della contrattazione collettiva» e ricorda che la posizione di Confindustria non è cambiata. Tre condizioni: «Contestualità del varo della riforma con l’operatività dei meccanismi di compensazione. Definizione completa del Fondo di garanzia per l’accesso al credito. Moratoria di tre anni per le imprese che non accedono al Fondo».

          Morale: lo scontro tra il modello collettivo e quello individuale è più aperto che mai. E la dichiarazione sulle lobby ha scatenato i sindacati. Beniamino Lapadula, responsabile economico Cgil: «Maroni ha parlato esplicitamente di pressioni delle assicurazioni. Non basta che Berlusconi si sia assentato dal Consiglio dei ministri: è proprietario di Mediolanum, controlla più del 20 per cento del mercato previdenziale». Ora la Cgil chiede che Covip e Isvap «pubblichino i dati sulle polizze previdenziali, con il dettaglio delle condizioni contrattuali». Lapadula va oltre e propone un’indagine parlamentare sulla previdenza «privata» prima della riforma. A Lapadula s’è aggiunta Morena Piccinini, che ha accusato di ingerenza anche le banche. Pronta la risposta dell’Abi: «Abbiamo sempre sostenuto il decollo dei fondi pensione», accuse rispedite al mittente. Anche la Uil considera il rinvio una «vergogna», ma il segretario generale Adriano Musi è d’accordo con Maroni e parla di «decisione dannosa e controproducente». Il segretario Cisl Savino Pezzotta: «Si poteva chiudere tranquillamente». Secondo lui l’Italia rischia di trovarsi con «un sistema pensionistico debole, senza la riforma della seconda gamba previdenziale». Dunque no alle «pressioni delle lobby». Oggi Cgil, Cisl, Uil e Ugl dovrebbero riunirsi per discutere la questione.

            Sul decreto, nel frattempo, si riflette anche a Bruxelles: il commissario Ue alla concorrenza Neelie Kroes: «Sta alle autorità italiane verificare che le nuove misure non contengano aiuti di Stato prima di procedere alla loro attuazione, ed eventualmente notificarli qualora ve ne fossero». L’attenzione dell’Europa è concentrata per ora sul Fondo di garanzia per il credito alle imprese. Di assicurazioni si parlerà in seguito. Davvero troppa carne sulla griglia di un governo in scadenza.