“Tfr” Tre italiani su quattro non hanno ancora deciso

17/05/2007
    mercoledì 16 maggio 2007
    LE GUIDE DI REPUBBLCA
    TFR

      Prima Pagina (segue a pagina 4) – Tfr

      Tre italiani su quattro
      non hanno ancora deciso

        Roberto Mania

          Il Tfr resiste. Doveva essere il suo ultimo giro di giostra per lasciare il campo ai più moderni fondi pensione, tra performance e profili di rischio, tra piani d’accumulo e indici azionari. E invece no. Invece il Tfr, con tutto il suo antistorico paternalismo, piace ancora agli italiani. Perché se si guarda alle prime proiezioni sulle scelte dei lavoratori ci si accorge che pochi, a meno di due mesi dalla fine del primo semestre a disposizione, hanno deciso cosa fare: solo uno su quattro. E tra questi – stando a un sondaggio commissionato ad aprile da Assogestioni – la maggioranza relativa (il 17 per cento) si tiene, più o meno stretto, il Tfr, prestandolo ancora all’azienda in attesa di riceverlo (con tanto di rendimento certo ancorché modesto) alla fine del lavoro. Insomma, non scommette – per ora – sulla previdenza integrativa. È un segnale, anche se non va dimenticato che il tempo non scade, ed è sempre possibile aderire a un fondo pensionistico complementare. Mentre il percorso inverso è impedito: dal fondo non si torna più al Tfr. La scelta è irreversibile.

          Molti, allora, ci riflettono ancora, per capire come andranno le cose e quale strada converrà imboccare. D’altra parte è una decisione che riguarda il futuro, spesso piuttosto lontano. L’opportunità rimane aperta ed è bene ponderare prima che si trasformi in un’occasione mancata o, peggio, in un errore del quale pentirsi.

          In ogni caso colpisce l’affezione all’istituto della liquidazione che, con tutti gli acciacchi che può trascinarsi chi è nato negli anni Venti, nonostante i vari lifting (si chiamava "indennità di licenziamento" e solo molto più tardi "trattamento di fine rapporto"), fa fatica a reggere i tumultuosi cambiamenti di quasi un secolo passato dalle rigidità del taylorismo alla flessibilità esasperata e con i tradizionali meccanismi di redistribuzione del reddito ormai largamente arrugginiti.

          Resite il Tfr, anche se i numeri, inyesi come soldi potenziali nelle tasche dei lavoratori, non stanno dalla sua parte. Infatti se si osserva il rendimento medio annuo, il Tfr è sempre meno battuto (con scarti che vanno dal 3 al 5 per cento) dai fondi con linee di investimento bilanciate o azionarie.

          Nell’atteggiamento dei lavoratori pesano, non c’è dubbio, l’incertezza che esprimono per definizione i mercati con i pescecani della speculazione finanziaria, la storica debolezza dei piccoli risparmiatori, l’assenza strutturale, infine, nel capitalismo italiano proprio dei fondi pensionistici. Che però – anche di fronte all’ultimo caso clamoroso, quello Telecom – bisognerebbe davvero cominciare a mettere in pista per non lamentarsi poi, a tempo scaduto, del groviglio di scatole finanziarie inventate per la governance di grandi gruppi di interesse nazionale.

          Perché – tornando al Tfr – a quel 17 per cento di afecionados si contrappone solo il 9 per cento (praticamente la metà) di lavoratori che ha scelto per i fondi, negoziali, aperti o individuali (iPip o Fip), sempre secondo il sondaggio Eurisko-Assogestioni, l’associazione del risparmio gestito, che sta appunto monitorando periodicamente l’operazione Tfr. In tutto circa 800mila persone, su un bacino potenziale di quasi 12 milioni di lavoratori dipendenti di aziendeprivate. L’altro 74 per cento non ha detto cosa farà. Ha espresso il suo orientamento. Diaciamo, l’intenzione di voto, come si farebbe in caso di elezioni politiche. E il 36 per cento metterà la croce ancora sul Tfr.

          Diventa interessante, allora, analizzare più da vicino i due bacini di lavoratori, chi ha scelto e chi acora non l’ha fatto. Intanto sceglie più il Nord che il Sud. Dove c’è ancora un tessuto industriale strutturato, dunque, circolano di più le informazioni, l’azione stessa del sindacato può essere più ramificata e dove l’adesione ai fondi, in particolare nelle categorie più numerose (dai metalmeccanici ai chimici) è stata avviata già da qualche anno. Così trova conferma la tesi di chi sosteneva che, con l’introduzione di una nuova soglia nelle regole dell’economia nostrana (le aziende con meno di 50 dipendenti continueranno a utilizzare per il proprio autofinanziamento il Tfr non destinato ai fondi), la previdenza integrativa avrebbe finito per "appartenere" alla media e grande impresa sindacalizzata e sfiorare soltanto l’oceano delle micro-imprese. Un nuovo disincentivo a non crescere, colto al volo da una parte degli imprenditori che, stando ai sondaggi e anche alle denunce dei sindacati, "condizionano" molto la scelta dei dipendenti delle loro piccole aziende a non entrare nella previdenza complementare. Va ricordato, tral’altro, che, per ora, i dipendenti pubblici restano al palo: sulla carta avranno la previdenza integrativa ma il processo di adeguamento normativo sarà lungo e faragginoso, come l’esperienza insegna.

          È soprattutto nel Nord-Ovest (effetto industria tradizionale metalmeccanica?) che si sceglie: lo ha fatto il 32 per cento. Nel Nord-Est del capitalismo leggero (piccole imprese e distretti) si scende al 27 per cento, fino al 22 del Meridione.

          Sono i giovani che puntano sopratutto sull’integrazione del secondo pilastro, consapevoli che saranno loro a subire l’abbassamento del tasso di sostituzione (il rapporto tra l’ultima retribuzione e l’assegno pensionistico) determinato dal passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo. Mella fascia di età compresa tra i 22 e i 30 anni opta per i fondi (chiusi, aperti o individuali) il 51 per cento contro il 36 della fascia 41-55 e il 43 di quella 31-40.

          E chi non sceglie? Rischia di cadere nella trappola del silenzio-assenso e anche in quella della disinformazione. Chi sta zitto si ritroverà ilsuo Tfr nel fondo della sua categoria o i quello dell’Inps, ma senza il contributo del datore di lavoro e nel profilo di rischio che garantirà non più del vecchio Tfr. Un po’ poco.

          Già, ma anche per questa via sembra affacciarsi nel nuovo secolo la sagoma di una sorta di Tfr-people, una riedizione aggiornata del Bot-people degli anni Ottanta che lucrava sugli alti tassi di interesse mentre il debito pubblico esplodeva e la scala mobile spingeva con forza all’insù l’inflazione e sempre meno i salari. Una perversione economica collettiva. Si sbagliava allora e si rischia di sbagliare oggi. Per correggere la miopia, infatti, bisogna decidere di mettersi gli occhiali.