Tfr, tentano lo scippo

24/10/2003





 
   

24 Ottobre 2003
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Una piazza di ragioni
Tfr, tentano lo scippo

Il governo insiste sull’obbligo del trasferimento delle liquidazioni ai fondi pensione. Il taglio dei contributi dei nuovi assunti produrrà una perdita di 12 miliardi di euro l’anno per l’Inps. Tutta la previdenza pubblica sotto tiro

PAOLO ANDRUCCIOLI
Oggi si sciopera contro la «riforma» delle pensioni e la legge finanziaria. I sindacati confederali sono sicuri della riuscita della mobilitazione e si stanno già preparando a nuovi appuntamenti. Questa «riforma» (lo scriviamo tra virgolette perché se fosse una vera riforma produrrebbe un miglioramento delle condizioni di qualcuno), non deve passare. Dall’altra parte della barricata, il governo Berlusconi – messa per un attimo da parte la paura di ripetere il tonfo del 1994 – ha deciso di andare fino in fondo per poter strappare un po’ di elasticità dall’Europa a proposito del rispetto dei parametri di Maastricht; il governo italiano che vanta un rapporto disastroso tra debito e Pil chiede un rinvio. Insomma, qualche modifica «strutturale» al sistema previdenziale, che per milioni di persone produrrà effetti permanenti, in cambio di qualche concessione sui parametri, un aiutino al ministro Tremonti che in questo momento non se la cava troppo bene. Nonostante il Patto per l’Italia, siamo così al muro contro muro e le «rigidità» non sono attribuibili alla «solita Cgil», come hanno tentato di fare Maroni e il suo sottosegratario Sacconi. Anche Cisl e Uil chiedono infatti che la delega previdenziale, presentata due anni fa dal ministro Maroni – e ora corredata dell’emendamento sull’età pensionabile – vengano gettate nel cestino. Solo allora sarà possibile riaprire una qualche forma di dialogo con il governo. Il premier Silvio Berlusconi sa che non siamo più nel `94, ma sa anche molto bene che il terreno delle pensioni è sempre minato. Berlusconi tenta di farsi coraggio e dare forza (Italia) alla «riforma» parlando direttamente al paese e ricordando costantemente gli altri esempi europei dietro cui ci si vorrebbe nascondere, la riforma francese e ora quella tedesca. Ma Berlusconi non racconta in televisione, né in privato, quali saranno i veri effetti della delega del suo fidato ministro Maroni se in un giorno disgraziato quel testo dovesse diventare una legge. In tv e nei vari interventi successivi, sia Berlusconi, che gli altri ministri hanno ripetuto infatti il ritornello della società che invecchia (cosa vera d’altra parte), ma non hanno spiegato la vera natura del loro intervento.

I punti decisivi, oltre all’innalzamento dell’età, riguardano le liquidazioni di tutti i lavoratori, il famoso Tfr e la decisione di tagliare i contributi previdenziali per tutti i nuovi assunti. Lasciamo da parte per un momento le questioni, pure centrali, dell’età e della cancellazione della pensione di anzianità. Parliamo invece del Tfr e della decontribuzione. Il taglio dei contributi per tutti i nuovi assunti è stata una misura richiesta espressamente dalla Confindustria in cambio della cessione (finanziaria) del Tfr. Il discorso delle imprese è limpido: siccome noi oggi usiamo i soldi del Tfr (che sono dei lavoratori), se proprio dobbiamo cederli ai fondi pensione, allora abbassateci il costo del lavoro tagliando i contributi previdenziali.

I sindacati conferederali – anche su questi punti totalmente in sintonia – hanno detto che di taglio dei contributi non si deve neppure parlare. Quel taglio, infatti, non avrebbe effetti solo sulle pensioni dei più giovani, ovvero i neoassunti di oggi, ma su tutti i pensionati. Le casse dell’Inps verrebbero minate da una mancata entrata che la Cgil ha calcolato con precisione. «Considerando il normale turn over – ci spiega Beniamino Lapadula – il taglio dei contributi per i nuovi assunti vale circa 200 mila euro il primo anno, per arrivare a 12 miliardi di euro l’anno quando la riforma sarà a regime». Una cifra, quindi, che parla da sola.

Come parla da sola la faccenda del Tfr. Attualmente non esistono correzioni alla delega del ministro Maroni a proposito dell’obbligatorietà del trasferimento del Tfr ai fondi pensione. Si tratta di una norma quantomeno antiliberale, con venature un po’ fasciste: come si fa a obbligare un lavoratore ad assumersi il rischio dell’investimento finanziario, quando oggi la legge protegge il Tfr, che ha un rendimento (basso), ma garantito e che prescinde dai marosi delle borse? Spostare di forza il Tfr nelle casse dei fondi pensione viene visto da Maroni e da molti suoi colleghi come l’unico modo per lanciare davvero anche da noi il sistema dei fondi pensione e della previdenza privata e individuale. Siccome in Italia, nonostante gli sforzi, dopo dieci anni la previdenza complementare non è partita, allora oggi si tenta l’operazione di forza che avrebbe un doppio risultato: smontare progressivamente il sistema previdenziale pubblico e portare un po’ di soldi freschi alla borsa, alle banche e alle assicurazioni, ovvero la nuova industria del risparmio gestito. I fondi pensione sono sviluppati da anni in molti paesi. Ma in nessun paese, fatta eccezione per la Bolivia, esiste un obbligo per i lavoratori come quello che pretende Maroni. Una cosa del genere non si è mai vista, neppure in Cile dove come si sa con Pinochet sono state distrutte le pensioni pubbliche a favore di quelle private e dei fondi pensione.

E’ difficile prevedere oggi come andrà a finire questa storia. E’ certo che lo scontro sociale non sarà breve. Ed è anche certo che questo scontro e questa battaglia non riguardano solo i sindacati confederali e gli attuali pensionati. In gioco c’è un sistema previdenziale e di welfare che con tutti i suoi limiti ha garantito il diritto alla pensione per tutti. Con il modello che vorrebbero propinarci si moltiplicano i rischi. Perché oltre il rischio finanziario (la volatilità delle pensioni legate alle azioni e alle obbligazioni), si sommerebbe il rischio politico e sociale. Nel Regno unito, tanto per fare il solito esempio, sono state pubblicate di recente due ricerche di due università diverse sui prossimi anni. La conclusione è la stessa: stiamo producendo milioni di nuovi poveri, tutti quelli che non avranno la pensione pubblica e che non potranno permettersi una pensione privata. Gli altri hanno solo una flebile speranza: andare in pensione sotto il segno del toro, perché ormai è chiaro che l’orso è una bestia insaziabile che mangia anche le pensioni.