“Tfr” R.Maroni: «Tutti volevano il rinvio»

06/10/2005
    giovedì 6 ottobre 2005

    Pagina 3 – Economia

      L´INTERVISTA

        La rabbia di Maroni dopo lo stop: impossibile convincere i miei colleghi ministri, sono rimasto solo

          «Tutti volevano il rinvio
          c´erano pressioni fortissime»

            l´aut aut Se la riforma non dovesse passare me ne andrò, sarebbe la bocciatura del lavoro che ho svolto negli ultimi due anni

              le assenze Mi ha sorpreso l´assenza al momento del voto di Tremonti, che è sempre stato un grande sostenitore della riforma

                ROBERTO MANIA

                  ROMA – «Cosa farò se non dovesse passare la riforma? Me ne andrò. Non ci sarebbe alcuna ragione per restare anche un solo minuto in questo ministero. Sarebbe una bocciatura inappellabile del lavoro che ho svolto negli ultimi due anni». Roberto Maroni era già pronto a festeggiare la "sua" riforma del Tfr. E, invece, è costretto a rifugiarsi in uno stentato self-control britannico e parla di un «incidente di percorso, ancorché ingiustificabile». Ammette di essere rimasto solo a difendere la riforma, isolato da chi puntava ad «un business senza regole». Esclude che anche in questa vicenda abbia pesato il conflitto di interessi del premier. Dice, poi, di essere ancora ottimista e che alla "sua" riforma non c´è tecnicamente e politicamente alternativa, tranne quella di far saltare tutto. Ma allora – avverte – la Lega chiederà di far saltare anche l´altra parte della riforma previdenziale, quella che dal 2008 innalza l´età pensionabile. «Perché – spiega – una riforma azzoppata non può camminare».

                  Ministro, l´altro ieri da Parigi lei ostentava ottimismo: "Nessun rinvio, la riforma del Tfr sarà approvata dal Consiglio dei ministri". Le cose sono andate diversamente. Cosa è accaduto?

                    «È successo che il Consiglio dei ministri ha smentito il mio ottimismo. È successo che sono state sollevate una serie di obiezioni del tutto prevedibili. Tanto che ho spiegato ampiamente come fossero infondate».

                    Eppure non è riuscito a convincere i suoi colleghi ministri.

                      «La cosa un po´ singolare, e che dimostra la scarsa conoscenza del tema, è che addirittura è stata contestata la delega attribuita al governo. C´è chi ha contestato il principio del "silenzio-assenso" per l´adesione al fondo integrativo. Ma è un meccanismo che ha introdotto la delega, non il mio decreto. Ancora più singolare è che da una parte c´erano ministri per i quali la riforma affida un potere enorme ai sindacati, e dall´altra ministri che sostenevano esattamente il contrario. Ho provato a spiegare che non era così e che gli unici a trarne vantaggio sarebbero stati i giovani lavoratori. Ma dopo un´ora di discussione mi sono arreso. Abbiamo votato a favore del decreto solo noi della Lega, gli altri erano tutti contro, tranne Berlusconi e Tremonti che non hanno partecipato nemmeno alla discussione».

                      Anche Tremonti? Perché?

                        «No so. Confesso che questa assenza mi ha francamente sorpreso perché Tremonti è sempre stato un grande sostenitore della riforma».

                        Come spiega la decisione di tutti i suoi colleghi di rinviare l´approvazione della riforma?

                          «Ai miei colleghi ho fatto presente che il rinvio sarebbe stato non solo inutile ma anche dannoso, perché avrebbe finito per riaprire questioni già chiuse con molta fatica. Non solo non li ho convinti, ma nemmeno sono riuscito a instillare qualche ragionevole dubbio. Mi sono trovato davanti ad una compattezza dilatoria, difficilmente comprensibile».

                          Forse si può spiegare con la pressione di alcune lobby, le assicurazioni innanzitutto, ma non solo, che hanno sempre espresso dubbi, pubblicamente e dietro le quinte, sulla bontà della sua riforma. Non crede?

                            «Non credo che abbiano lavorato per questo le banche che hanno firmato il protocollo per l´accesso al credito e che da questa riforma avranno non pochi benefici. Certamente non le imprese anche se Confindustria non ha mai guardato a questa vicenda con entusiasmo. Neppure il sindacato che pure aveva qualche perplessità, ma che alla fine avrebbe accolto la riforma anche se mugugnando un po´».

                            Non restano che le assicurazioni.

                              «Sì, credo che stia proprio qui il nodo centrale. Le assicurazioni avrebbero voluto vendere prodotti pseudo-previdenziali accanto a quelli previdenziali puri. Noi abbiamo fissato delle regole e dei controlli per evitare che i lavoratori venissero stritolati. E io sono anche convinto che – ed è la cosa che più mi preoccupa – una parte consistente delle assicurazioni vuole che questa riforma non si faccia».

                              Sta implicitamente accusando i suoi colleghi ministri di essere stati sensibili al pressing delle compagnie?

                                «No, io non accuso nessuno men che meno i miei colleghi ministri. Prendo atto che ci sono state fortissime pressioni in questi mesi e non solo dalle assicurazioni».

                                Anche su di lei?

                                  «Certo, ma non negli ultimi giorni. Prima mi sono confrontato con tutti».

                                  Non crede di avere sottovalutato la forza persuasiva della lobby delle assicurazioni? D´altra parte qualche segnale c´era già stato con il parere delle Commissioni parlamentari che, proprio per questo, aveva fatto infuriare i sindacati.

                                    «Forse ho sottovalutato il colpo di reni finale di certi ambienti finanziari. Aggiungo che in tutta questa vicenda le parti sociali non hanno fatto alcuna pressione sul governo perché approvasse la riforma».

                                    Mentre le pressioni sui ministri, evidentemente, le hanno fatte le assicurazioni?

                                      «Ma noi siamo abituati alle lobby. Il Consiglio dei ministri è una sorta di stanza di compensazione tra i vari interessi. Alla fine il compromesso si trova. Questa volta, però, non è stato così: a parte la mia, c´è stata una sola altra voce ad entrare al Consiglio».

                                      Ora si sente un po´ più vicino a D´Alema sul quale qualche giorno fa aveva ironizzato perché non era riuscito a portare in porto la riforma del Tfr?

                                        «Questo lo potrò dire tra trenta giorni. Però la differenza tra me e D´Alema è fondamentale: lui non era riuscito a trovare l´accordo con le parti sociali per la sostanziale opposizione della Cgil; io, invece, ho trovato l´intesa con le parti sociali ma non quella all´interno della maggioranza di governo. Per questo penso di essere messo peggio di D´Alema».