Tfr: per i «silenti» ancora una possibilità

02/07/2007
    lunedì 2 luglio 2007

    Pagina 9 – Economia

    Tfr, tempo scaduto
    ma per i «silenti»
    ancora una possibilità

      Vicino l’obiettivo del 40% di adesioni
      Chi ha scelto l’azienda può cambiare

        di Giampiero Rossi / Milano

        SCELTE – Il tempo è scaduto sabato. Da ieri è scattato il meccanismo del silenzio assenso, quindi il Tfr dei lavoratori già assunti e in servizio alla data del 1° gennaio 2007, in mancanza di una scelta esplicita, viene conferito al rispettivo fondo di categoria (per gli altri il termine è di sei mesi dalla data d’inizio del contratto) o, in sua mancanza, a Fondinps, l’apposito fondo costituito presso l’Inps. Tuttavia il 30 giugno non è un limite definitivo. Chi, infatti, ha scelto di lasciare il Tfr in azienda potrà ancora scegliere di aderire alla previdenza complementare. Mentre chi ha scelto già un fondo potrà cambiarlo, trascorsi i due anni obbligatori previsti dalla legge.

        In attesa dei dati definitivi, dai molti sondaggi effettuati tra i lavoratori interessati, sembra prevalere la volontà di lasciare la vecchia liquidazione in azienda. È di pochi giorni fa l’indagine periodica realizzata da Gfk Eurisko per Assogestioni, secondo cui, a metà giugno, aveva deciso la destinazione del Tfr il 63% dei lavoratori (pari a 6 milioni di persone) e, di questi, la gran parte (70%, pari a 4,2 milioni di persone) lascerebbe il Trattamento di fine rapporto in azienda. Il 30% opterebbe per la previdenza integrativa. Tra questi ultimi, circa 1,5 milioni di persone sceglierebbero i fondi negoziali (chiusi) e 900 mila quelli aperti, mentre appare residuale (250 mila lavoratori) l’opzione Pip (piani pensionistici individuali). Infine, il 9% dichiara di astenersi, facendo scattare il meccanismo del silenzio-assenso con cui il datore di lavoro trasferisce automaticamente il Tfr a una forma integrativa. La maggior parte dei lavoratori ha optato per una scelta consapevole, mostrando, quindi, di aver compreso l’importanza di decidere sul proprio futuro di pensionati.

        Quelli che non hanno scelto, invece, sembrano divisi a metà tra coloro che vogliono tenersi la vecchia liquidazione o coloro che la investono per una pensione integrativa. Lo scenario prefigurato dall’indagine Eurisko-Assogestioni potrebbe essere composto, quindi, da un 63% di lavoratori che tengono il Tfr in azienda e un 37% iscritti ai fondi pensioni (fra cui il 9% dei “silenti”). Un valore, quello delle adesioni ai fondi, non distante dall’obiettivo dichiarato dal ministro Damiano per fine anno (40%).

        Ecco, in sintesi, le possibilità che hanno da oggi i lavoratori dipendenti. Chi ha lasciato il Tfr in azienda può cambiare idea in qualsiasi momento: basta comunicare al datore di lavoro l’intenzione di aderire alla previdenza complementare specificando il fondo in cui versare il Tfr maturando. Chi ha effettuato una scelta esplicita per la previdenza complementare ha l’obbligo di rimanere nel fondo prescelto per almeno due anni e solo dopo potrà, se vorrà, cambiare destinazione, scegliendo un altro fondo o un Pip. Non sarà più possibile, comunque, riportare il Tfr nelle casse dell’azienda. Chi non ha effettuato alcuna scelta si ritroverà iscritto alla previdenza complementare in forza del silenzio-assenso. Anche per loro, dunque, vale l’obbligo di permanenza di almeno due anni nel fondo di categoria.