Tfr o fondo pensione? Ecco come scegliere

26/04/2005
    lunedì 25 aprile 2005

      SE VA IN PORTO LA RIFORMA, I DIPENDENTI DOVRANNO DECIDERE
      Tfr o fondo pensione?
      Ecco come scegliere
      Al primo tocca una modesta, ma sicura, rivalutazione fissata dalla legge
      e al dipendente viene corrisposta l’intera somma quando si dimette
      Il secondo dà una rendita proporzionale alla bontà del prodotto scelto

        Gianluigi De Marchi

          E’ in corso l’esame di una nuova modifica al sistema «previdenza integrativa» e cioè a quel complesso di strumenti a disposizione del lavoratore per costruirsi in futuro una rendita migliore rispetto a quella garantita dalla previdenza pubblica. Il dibattito tra Governo e sindacati riguarda in particolar modo il trasferimento nei fondi pensione chiusi, in forma più o meno forzata, degli importi finora accantonati nel Tfr (la «liquidazione» che l’azienda paga nel momento in cui termina il rapporto di lavoro).

            Il Ministro del Welfare ha infatti presentato all’inizio di marzo un progetto (ma occorre un decreto legge per renderlo operativo) che prevede il passaggio alla previdenza complementare «collettiva» delle somme giacenti presso le imprese. Se la proposta non subisse modifiche, ogni lavoratore avrebbe tempo sei mesi per scegliere il destino della sua liquidazione: lasciarla in azienda o trasferirla a un fondo pensione (adottando il «silenzio-assenso»). Ma qual è la soluzione migliore per il dipendente? Si tratta di una scelta da ponderare, valutando con molta attenzione tutti i pro e i contro, e sottolineando che la decisione è squisitamente individuale, sulla base delle proprie specifiche esigenze e dei propri obiettivi. Non esiste, in sostanza, la scelta «buona per tutti».

              ACCANTONAMENTO. Ricordiamo anzitutto che il «trattamento di fine rapporto», in sigla Tfr, è la somma che spetta al lavoratore dipendente al termine del lavoro in un’azienda, meglio conosciuto come «liquidazione»: si tratta di una prestazione dovuta dal datore di lavoro nel momento in cui cessa il rapporto. All’origine (è stato istituito nel 1924) si trattava di una pura indennità di licenziamento (poi indennità d’anzianità), con scopo essenzialmente assicurativo.

                A partire dal 1982, dopo varie riforme, è diventato Tfr, con caratteristiche di una vera e propria retribuzione differita: le aziende accantonano ogni anno il 6,91% della retribuzione lorda di ogni dipendente e alla fine del rapporto di lavoro gli liquidano la somma accumulata e rivalutata annualmente. Dal 1° gennaio 2001, è prevista una tassazione dell’11% sulla rivalutazione annua delle somme accantonate, riducendo così il valore della rivalutazione finale, per adeguare il trattamento fiscale a quello previsto per i fondi pensione.

                  ALTERNATIVA. I fondi pensione sono stati creati nel 1993 con l’obiettivo di erogare una rendita pensionistica integrativa di quella del sistema pubblico. Con l’istituzione dei fondi, il lavoratore può, in pratica, usufruire di tutti i «pilastri previdenziali», e cioè:

                    1) pensione pubblica (di vecchiaia o di anzianità)
                    2) pensione complementare collettiva, gestita con i criteri della capitalizzazione dai fondi pensione per gruppi di lavoratori
                    3) pensione complementare individuale, gestita con i criteri della capitalizzazione dalle compagnie di assicurazione per singoli assicurati.

                      L’alternativa al Tfr è dunque il «secondo pilastro», cui possono partecipare lavoratori identificati per categorie (ad esempio i metalmeccanici), o per raggruppamenti (ad esempio i lavoratori della regione Piemonte.

                        PRO E CONTRO DEL TFR. I versamenti nel Tfr equivalgono, in pratica, a un investimento in un piano d’accumulo di capitale, la cui somma finale sarà a disposizione del lavoratore al momento delle dimissioni dall’azienda. Un aspetto positivo è costituito dal fatto che, ogni volta che il dipendente cambia lavoro, incassa il suo Tfr e può utilizzarlo immediatamente; in certi casi può essere un’integrazione importante per spese o investimenti che normalmente non si riuscirebbero a effettuare.

                          Altro aspetto positivo è dato dalla «certezza» del rendimento. Le somme custodite dall’azienda sono rivalutate annualmente con un meccanismo quasi unico nel panorama finanziario italiano, in quanto il tasso di crescita è costituito da una parte fissa (1,5% annuo) e una parte variabile (75% dell’inflazione media). Una specie di Cct con uno «zoccolo duro» che, specie in fase di tassi bassi, è sicuramente allettante.

                            L’aspetto sicuramente più negativo è che il Tfr non ha alcuna valenza previdenziale: la somma finale è pagata in contanti, e il lavoratore, se vuole integrare la pensione, deve ricorrere a contratti assicurativi personali, ben più costosi.

                              PRO E CONTRO DEL FONDO PENSIONE. Un primo elemento positivo è costituito dalla «certezza» dell’integrazione pensionistica: per tutta la vita il lavoratore beneficerà di una rendita. Per chi ha questo obiettivo, si tratta sicuramente dell’elemento più importante. Un secondo elemento positivo è costituito dalle potenzialità di rivalutazione del fondo pensione, che può essere (a certe condizioni) ben più elevata del Tfr. Se si opta per formule a contenuto azionario, infatti, si può puntare a rendimenti ben superiori a quelli dell’1,5% maggiorato del 75% dell’inflazione.

                                Ma siccome ogni medaglia ha il suo rovescio, bisogna fare attenzione al fatto che ciò potrebbe comportare addirittura perdite se il fondo, per motivi di mercato o per errate scelte dei gestori, subisse un calo del suo valore; e ciò è indubbiamente un aspetto negativo per chi è abituato a vedere l’accantonamento come «messa al sicuro» del risparmio.

                                  Un elemento negativo è costituito dal fatto che non è possibile optare, alla scadenza, per l’incasso integrale della somma accumulata, ma si può ottenere, al massimo, il 50%. Ciò è logico, tenendo conto della finalità essenzialmente previdenziale dello strumento, nato proprio per integrare la pensione, non certo per costituire un capitale da utilizzare subito. Ma ciò può essere una remora per chi non ha interesse a integrare la rendita e preferisce, appunto, destinare a consumi immediati (o magari a acquisti importanti come la casa) il suo «risparmio forzoso». Altro elemento negativo è costituito dalla rigidità dei fondi. Chi opta per il «secondo pilastro» non può più tornare indietro: una scelta, se cambiassero situazione ed esigenze del lavoratore, indubbiamente limitativa.