Tfr, nel governo è scontro continuo

10/10/2005
    domenica 9 ottobre 2005

    Tfr, nel governo è scontro continuo

      Nuovo ultimatum di Maroni: o così o la riforma non si fa. Nessun incontro con i sindacati

        di Felicia Masocco/ Roma

          «O PASSA COM’È O NON PASSA» . Sulla riforma del Tfr il ministro Roberto Maroni minaccia di nuovo gli alleati. E lancia una frecciata al premier «è azionista di una compagnia di assicurazioni, ha l’occasione – dice – di dimostrare che l’accusa di fare leggi nel suo interesse è infondata». Maroni insiste dunque sul solco degli ultimatum e di una possibile crisi di governo se il decreto sulla previdenza integrativa porterà la firma delle lobby assicurative. «Hanno sponde importanti nel governo come si è visto dal dibattito in consiglio dei ministri», ribadisce.

          Sembra invece aver cambiato idea sulla necessità di incontrare di nuovo le parti sociali dopo che giovedì scorso si era detto disponibile a vedersi con i sindacati e pronto ad incontrare tutti quanti ne facessero richiesta.
          Al collega Landolfi e a tutta An che parlano di un confronto da portare a termine trincerandosi dietro i «dubbi» delle parti sociali, il responsabile del Welfare risponde che «il confronto è finito». Dal canto loro i sindacati fanno sapere che la riforma è quella concordata. Bando agli equivoci: si riferiscono al documento comune preparato da 23 sigle, solo in parte raccolto nel decreto Maroni a sua volta stravolto dal parere delle commissioni parlamentari. La posizione dei sindacati e delle imprese rischia di essere fraintesa dopo il bailamme che si è creato. È la segretaria confederale della Cgil Morena Piccinini a precisare che «incontro o non incontro Maroni deve sapere che la nostra asticella delle richieste non si abbassa a mano a mano che c’è un nuovo fronte aperto». Che sia la moratoria dell’introduzione della riforma per alcune imprese (argomento sollevato da Alemanno) o la portabilità del contributo del datore di lavoro (il vero oggetto del contendere che ha scatenato i gruppi di interesse) per Piccinini sono «problemi che si aggiungono agli altri ancora aperti e che rischiano di pregiudicare ancora di più il giudizio finale». I «vecchi» nodi da sciogliere sono ad esempio il trattamento fiscale per i lavoratori o la questione del riscatto della propria liquidazione. Per non parlare del ruolo della Covip: fu lo stesso Maroni a garantire che la vigilanza sui fondi (sulle assicurazioni) sarebbe stata restituita alla Covip dopo che il provvedimento sul risparmio gliela aveva scippata. «Il ministro disse che con quel provvedimento la riforma non sarebbe mai potuta partire – incalza la dirigente sindacale -. Ebbene il consiglio dei ministri si è pronunciato esplicitamente per tenere le assicurazioni e i fondi aperti al di fuori della vigilanza della Covip». A questo punto la Cgil vorrebbe sapere come Maroni intende smontare un impianto che somiglia sempre più ad una «trappola per i lavoratori dipendenti che di sicuro non potrebbe trovare l’avallo del sindacato». «Il ministro, dunque, ha una grossa responsabilità: o riesce a far rispettare quanto concordato con le 23 parti sociali oppure diventa corresponsabile del fallimento». E se il vicesegretario della Uil Adriano Musi insiste sulla necessità di un incontro con «tutto» il governo, per il leader della Cisl Savino Pezzotta «la riforma è quella che abbiamo concordato. La partita non si riapre dopo mesi di confronto. La nostra preoccupazione è che il rinvio possa affossare una riforma indispensabile».