Tfr nei fondi, tre mesi per la scelta

27/02/2004



        Venerdí 27 Febbraio 2004


        Tfr nei fondi, tre mesi per la scelta

        Serve la volontà del dipendente per evitare la destinazione alle forme complementari


        ROMA – L’automatico conferimento del Trattamento di fine rapporto alla previdenza complementare perderà la sua forza obbligatoria, essendo vincolato ora al consenso del lavoratore dipendente. È l’effetto che deriva dal contenuto dell’emendamento governativo depositato lo scorso lunedì al Senato, riguardante l’articolo 1, comma 2, lettera g), del disegno di legge delega per la riforma previdenziale. Se l’emendamento resterà indenne fino al l’approdo della legge in «Gazzetta», il consenso del lavoratore sarà duplice: dapprima per dare il via alla diversa destinazione del Tfr e successivamente, in caso di assenso, per operare la scelta della "forma pensionistica" a lui più congeniale. In entrambe le situazioni, in mancanza di una espressa dichiarazione di volontà del lavoratore, il disegno di legge ha in sé i rimedi necessari per garantire, in modo automatico, l’incremento del secondo pilastro dell’attuale sistema di protezione sociale. I contenuti dell’emendamento. La destinazione del Tfr alle forme pensionistiche complementare, totale o parziale, non è una novità assoluta. Infatti tutti i lavoratori dipendenti che aderiscono ai cosiddetti fondi "negoziali" , quelli cioè costituiti nell’ambito dei contratti collettivi ,già trasferiscono, in tutto o in parte, il proprio Tfr ai suddetti fondi, anche perché tale versamento costituisce un requisito necessario per la deducibilità dal reddito dei contributi versati. La novità nella prima formula del disegno di legge delega riguardava pertanto prevalentemente i lavoratori che non aderivano a nessuna forma pensionistica complementare, dal momento che era previsto, anche per questi, la destinazione obbligatoria del Tfr ai fondi. Il lavoratore aveva solo la possibilità di scegliere a quale fondo doveva essere devoluto. Nel caso in cui non avesse esercitato tale scelta, il decreto delegato avrebbe dovuto prevedere modalità e criteri per individuare il fondo ( chiuso o aperto) cui destinarlo. Ora, con l’emendamento proposto dal Governo, cambia un po’ tutto lo scenario. Il lavoratore che non ha aderito alla previdenza complementare può decidere che il proprio Tfr resti in azienda. La decisione però deve essere esplicita. La mancata decisione del lavoratore fa scattare il cosiddetto "silenzio assenso". Vale a dire che il consenso alla destinazione del Tfr alle forme pensionistiche complementari si presume nel caso in cui il lavoratore non si esprima in senso contrario, entro i termini fissati dalla legge. I termini sono tre mesi dall’entrata in vigore della legge delega (decorrenza incomprensibile, tra l’altro, per il fatto che all’uscita della legge mancherebbero ancora le disposizioni delegate del Governo), ovvero di tre mesi dalla data di assunzione del lavoratore. Resta confermato che se il lavoratore non esprimerà la propria preferenza in merito ad una determinata forma pensionistica, entreranno in gioco le disposizioni del decreto delegato che dovrà determinare le modalità, anche queste tacite, di conferimento del trattamento di fine rapporto ai «Fondi chiusi» o ai «Fondi aperti».

        NEVIO BIANCHI