“Tfr” Montezemolo non ci sta

06/09/2005
    martedì 6 settembre 2005

    Pagina 26 – Economia

    IL CASO

      Il leader di Confindustria: ho visto il premier, così il decreto è troppo costoso per le imprese

        Tfr, Montezemolo non ci sta
        Maroni: forse non vuole la riforma

        Il ministro: non presenterò mai una delega che scarichi sui lavoratori tutto il costo

          ROBERTO MANIA

            ROMA – Scintille tra Montezemolo e Maroni sulla riforma del Tfr. L´attacco del presidente della Confindustria è partito ieri sera da Torino, a margine della presentazione della Grande Punto: «Oggi a Roma, ho incontrato Berlusconi e abbiamo parlato del trattamento di fine rapporto.
            Si prospetta una soluzione con aggravi di costi per le imprese. Gli ho detto che se è così non siamo assolutamente d´accordo». Una doccia gelata sull´ambizioso progetto del ministro del Welfare di portare a termine anche la riforma della previdenza complementare dopo aver realizzato quella delle pensioni pubbliche. Ma soprattutto una vera ipoteca sulla possibilità di un accordo tra tutte le parti sociali sulla riforma del Tfr. Così si spiega anche la replica stizzita del ministro leghista: «Dopo aver ottenuto la riforma della previdenza obbligatoria a carico dei lavoratori (con l´innalzamento dell´età pensionabile), la Confindustria vuole guadagnare anche sul Tfr. Ma per me questa strada è inaccettabile. Non presenterò mai una delega che scarichi sui lavoratori il costo della riforma».

            Secondo Maroni quello della Confindustria («non delle imprese», precisa) rappresenta un ingiustificato dietrofront. «Ho già detto, e lo confermo, che l´avviso comune presentato da 22 parti sociali, compresa Confindustria, sarà integralmente recepito dal decreto. Se poi la Confindustria non vuole la riforma, lo dica chiaramente».

            Tra oggi e giovedì, Maroni dovrebbe concludere la stesura aggiornata del decreto da presentare venerdì ai sindacati e alle imprese. Riconosciuta la centralità della contrattazione, che finisce per conferire ai fondi pensionistici chiusi (quelli di origine sindacale) una posizione preminente, Maroni è ad un passo dall´accordo con le banche (rappresentate dall´Abi) sui meccanismi per compensare le imprese che perderanno il Tfr, destinato ai fondi, come fonte del proprio autofinanziamento. L´accesso al credito non sarà automatico (come chiedevano le imprese e lo stesso ministro) ma vincolato alla presenza di alcuni requisiti finanziari che finiranno per escludere dai prestiti solo le aziende sull´orlo del fallimento. Ora Maroni è in attesa di un via libera da parte del ministro dell´Economia, Domenico Siniscalco, per rinforzare (si parla di qualche centinaio di milioni da trovare nella Finanziaria) il Fondo di garanzia.

              Cgil, Cisl e Uil sono rimaste caute sulle aperture di Maroni, in attesa di conoscere il testo definitivo. Ha invece alzato le barricate l´Ania, (assicurazioni), che ieri ha ribadito la sua contrarietà all´impostazione del ministro dal momento che non mette sullo stesso piano i fondi chiusi e quelli aperti (offerti da banche e assicurazioni). Secondo il presidente dell´associazione, Fabio Cerchiai con il provvedimento di Maroni «sarebbero palesemente stravolti i principi ispiratori della delega» e questa – ha aggiunto – sarebbe una «prospettiva inaccettabile».