“Tfr” L’ultimo siluro alla riforma

24/11/2005
    giovedì 24 novenbre 2005

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    PREVIDENZA INTEGRATIVA OGGI IL CONSIGLIO DEI MINISTRI DOVREBBE VARARE IL PROVVEDIMENTO, SINDACATI E CONFINDUSTRIA INVITANO COMPATTI AD APPROVARLO

      L’ultimo siluro alla riforma del Tfr

        Scontro nel governo: l’udc Baccini frena. Maroni e Alemanno: «Bisogna chiudere»

          Luigi Grassia

            Nel Paese delle pause di riflessione il ministro udc Mario Baccini ne invoca una anche per la riforma del Tfr, la cui approvazione è in agenda per oggi a Palazzo Chigi. «Credo che sia opportuna», ha detto ieri il titolare della Funzione pubblica, immediatamente rimbeccato dal collega del Welfare Maroni: «Forse Baccini non si è accorto che siamo in pausa di riflessione dal 5 ottobre. Quindi sono quasi due mesi. Il tempo è scaduto: o la riforma si fa o non si fa. Inutile prendersi in giro».

              Maroni ha aggiunto che «se si vogliono dare argomenti allo sciopero generale di venerdì la cosa da fare è proprio non approvare una riforma che i sindacati apprezzano». E infatti il leader della Cisl, Savino Pezzotta, dice che «sarebbe veramente una cosa vergognosa se il provvedimento non passasse» e Adriano Musi della Uil parla di «polemica avvilente» e ricorda che «non c’è più tempo». Per la Cgil Morena Piccinini chiede al governo di «rispettare gli impegni» e afferma che «ogni modifica al testo di Maroni rischia di essere peggiorativa».

                Inviti pressanti a chiudere sono venuti ieri dal ministro Alemanno di An («siamo a fianco di Maroni, perché dietro questa riforma c’è un accordo faticosamente raggiunto da imprese e sindacati, che rappresentano i naturali garanti delle risorse accantonate nel Tfr) e dai vicepresidenti di Confindustria Andrea Pininfarina («un nuovo rinvio sarebbe strano») e Alberto Bombassei («una volta tanto che diamo un esempio di collaborazione tra industria, sindacati e gran parte del governo, se la riforma non passa c’è qualcosa che non riusciamo a capire»). Però Baccini non si smuove: «Non credo che domani (oggi, ndr) in Consiglio dei ministri si arrivi al voto».

                  Fra i motivi del contendere c’è la parità di trattamento con i fondi chiusi negoziali che viene reclamata dalle compagnie di assicurazione. Queste si candidano a gestire il denaro che a tutt’oggi confluisce nel trattamento di fine rapporto e che in futuro andrà a finanziare la previdenza complementare. La riforma, come concepita da Maroni, privilegia i fondi chiusi e trova d’accordo non solo buona parte della coalizione di governo ma anche i sindacati e l’opposizione di centrosinistra, mentre suscita resistenza da parte di alcuni ministri che sostengono le ragioni degli assicuratori.

                    Restano poi dubbi sulla soluzione proposta per le compensazioni alle industrie che perderanno i fondi finora accantonati per le liquidazioni. Baccini si dice «preoccupato che la riforma possa penalizzare il mondo produttivo e che ci siano ulteriori aggravi per il bilancio dello Stato». A suo giudizio «se non c’è un accordo è meglio non votare. Bisogna evitare contrapposizioni, soluzioni laceranti. Dobbiamo sforzarci di fare una nuova mediazione, i tempi per riflettere ci sono e la mia è solo una proposta di buonsenso».

                      Da questo orecchio Maroni non ci sente. «Il tempo è scaduto – dice -. Non si vuol fare questa riforma perché non consente alle assicurazioni di fare quello che vogliono senza regole? Si abbia il coraggio di dirlo una volta per tutte e ognuno si assuma le sue responsabilità». Ricorrendo alla metafora del registratore Maroni dice che «siamo già in pausa e ora bisogna schiacciare il tasto play oppure il tasto stop. La pausa inserita il 5 ottobre dal governo passa automaticamente allo stop se non si interviene, perché il 4 dicembre la delega scade. Se questo succede non sarà un buon risultato, però io da solo non posso decidere».

                        Ieri si ipotizzava come compromesso che il contributo del datore di lavoro dopo 5 anni di parcheggio nei fondi negoziali possa essere trasferito nei fondi aperti con il consenso del lavoratore. Oppure si potrebbe votare la riforma così com’è e fare il punto dodici mesi dopo l’approvazione con la possibilità di apportare modifiche.

                          Se il provvedimento cui Maroni ha legato la sua credibilità in anni da ministro saltasse, la Lega a cui appartiene potrebbe reagire con misure estreme come un emendamento alla Finanziaria per cancellare tutta la riforma previdenziale (in base alla quale dal 2008 si andrà in pensione d’anzianità a 60 anni con 35 di contributi).

                            Una mossa tipo muoia Sansone con tutti i filistei.